E' MORTO IL ROCK, AVEVA 91 ANNI


Editoriale del 28 marzo 2017

L’addio a Tomas Milian e a Cino Tortorella ci immalinconisce, perché con il Monnezza e il Mago Zurlì se ne va una grossa fetta dell’immaginario degli anni Settanta, ma il primo era troppo tamarro e il secondo troppo infantile per farne, all’epoca, due nostri beniamini. Per cui questa settimana ci sentiamo orfani soprattutto di Chuck Berry, morto troppo tardi (meglio per lui) perché la sua scomparsa avesse la risonanza che meritava. Un rocker entra nella leggenda se muore a 22 anni, come Buddy Holly, o a 31, come Jim Morrison, al più tardi a 42, come Elvis Presley: 91, quelli che aveva Chuck Berry, sono troppi anche per un impiegato. Figuriamoci per una rockstar che cantava, mitragliandoli a riff di chitarra, gli “School days”, con il fastidio della sveglia, la classe noiosa, lo studio feroce, la professoressa insopportabile e i compiti da svolgere velocemente per vedere la ragazza il prima possibile. Ma Chuck Berry non è stato un rocker qualunque: Bob Dylan lo definì “lo Shakespeare del rock and roll” e John Lennon dichiarò “se dovessimo cambiare nome al rock potremmo chiamarlo Chuck Berry”. E’ stato per il rock quello che Dante è per la letteratura e Totò per la comicità: il primo a fare tutto. Il primo a introdurre nelle canzoni l’assolo di chitarra (l’incipit di “Roll over Beethoven” vale “Nel mezzo del cammin di nostra vita”), a inventare le coreografie dal vivo (il “duck walk” fu il ballo del passo d’anatra imitato da tutti), a essere cantautore (suoi i primi testi narrativi, che raccontavano una storia), a creare personaggi ricorrenti (“Johnny B. Goode” il più celebre), a incarnare la rockstar maledetta (finì prima al riformatorio e poi in carcere), a plasmare l’identità del teenager come pubblico di riferimento e innalzare l’auto a emblema di libertà che sfreccia sulle highways (per il piacere di girare in “No particular place to go”, resa immortale dal Tarantino di “Pulp fiction”), a mescolare il country col violino al blues e a fondere il rock trasgressivo con la Bibbia e le preghiere religiose (“Hail hail rock ‘n roll” era un “Ave ave” evangelico rivolto alla mistica dionisiaca dal sound travolgente), a scrivere testi osceni che scandivano sesso esplicito al ritmo della batteria (“My ding-a-ling” fu censurato e boicottato dalle radio). Il nero Chuck Berry è il padre del rock e senza di lui non avremmo avuto i bianchi Elvis, Beatles, Rolling Stones, Beach Boys, Sex Pistols, Bruce Springsteen e Nirvana, tutti dichiaratisi suoi figli. Ricordo ancora l’emozione di quando trovai, in un negozio di Monaco di Baviera, (e comprai a un prezzo proibitivo) il vinile della sua imperdibile raccolta “Golden Decade”, con la pompa di benzina in copertina. Se non fosse già dedicato a Quijote, ci piacerebbe intitolare a Chuck Berry il nostro Liceo olistico.

Fabio Canessa
(preside del liceo olistico “Quijote”)

innalzare l’auto a emblema di libertà che sfreccia sulle highways (per il piacere di girare in “No particular place to go”

Inviate il vostro "attimo" al filmnauta Gianni Stocchino (gianni.stocchino@aristan.it)


Archivio Editoriali

  • powered by TinyLetter

    61+p90YjF9L._SX258_BO1,204,203,200_

  • Articoli recenti

  • IL TEMPO DEI TOPI DI FOGNA

    testo - lyric

    MASTER DI REGALITÀ INDIVIDUALE - VIDEO


    MASTER

    MASTER DI REGALITÀ INDIVIDUALE - FOTO


    1897964_643529669016138_1762369566_n

  •  

     

    Università di Aristan