Capitolo 47 – Un nuraghe su ogni montagna
Di come si racconta l’amore degli shardana per l’elevazione
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C’è un nuraghe in ogni montagna.
E in ogni pianura il nuraghe è una piccola montagna.
Come se le alture raccontassero altre cose.
Cerco con questa narrazione di descrivere la posa delle pietre con le quali si sono costruiti i castelli degli dei ulteriori.
Pietre e pani di roccia.
Sopra gli archi del quadrante magico.
Non una sull’altra ma saldate.
L’una sull’altra.
C’è chi muore per la libertà.
E chi trova la libertà nell’eterno.
Io guardando l’eterno trovo la pochezza dell’effimero.
E cerco di dare all’effimero quell’eterno di pietra e sole con il quale gli Shardana costruirono quel mondo magico che noi oggi guardiamo meravigliati e stupiti.
Quando attraverso la nostra isola guarda con profondo affetto a quelle montagne di pietra che trasformano le pianure in montagne e le montagne in pianu.
So che sono state costruite non per difendermi dai nemici umani ma dalla sottile perfidia degli astri che decidono con una loro sconosciuta armonia i destini dell’umanità
Con pietre da lontano portate, costruirono lontane appendici del cielo che tutta la loro terra segnarono.
Decine di migliaia di torri e monumenti di basalto e trachite indicarono le rotte celesti a impavidi marinai, figli di celesti cammini.
Mio padre e mio nonno mi insegnarono a parlare con le stelle.
Ma io ho perso il loro linguaggio e non so più camminare nel mondo senza il GPS.
Confondo la mia coscienza nell’assenza del sapere.
Sto cercando di ricostruire la mia esistenza all’interno di una ignita armonia.
E tutto si confonde e si addipana.
Alzo le mani al cielo e al cielo mi invoco.
THARROS. LA NASCITA DELL’OCCIDENTE
Di Antonangelo Liori
Capitolo 48 – I doni dell’ultimo viaggio
Di come la comunità mi porti i doni per l’ultimo viaggio in modo che io attraversi quella porta con minore inganno
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Quando mia figlia chiuderà i miei occhi coprendoli con due monete, la comunità nella quale felicemente ho vissuto verrà a portarle un po’ di conforto sorreggendola nel momento del mio trapasso.
Poggeranno attorno al mio corpo per deporre i doni per la morte.
Comunità deriva da cum munus. E munus significa dono e obbligo allo stesso tempo.
L’obbligo del dono.
La comunità esiste nella misura in cui le persone accettano l’obbligo di donare qualcosa l’un l’altro.
Non esiste comunità senza dono.
Non esiste comunità senza scambio di doni.
La comunità è la magia del dono.
La comunità dove sono nato e dove ho vissuto esiste perché ha trasformato l’obbligo in un dono.
Mi porteranno il pane, il formaggio, una lampada ad olio, un coltello per sacrificare gli agnelli a Dio, una falce per mietere il grano del cielo, e poi una sedia sulla quale riposare, e un mantello perché non prenda freddo.
Il fentanyl no.
Dove vado non sentirò più dolore.
Magari vorrò un cuscino, sul quale appoggiare il capo quando vorrò dormire.
Poi tutti usciranno e resterò solo.
Ma prima di prendere la via della luce effimera del giorno baceranno la mia fronte augurandomi ogni bene in quel mondo che raggiungerò.
Mia figlia accarezzerà le mie mani insieme giunte.
E forse mi dirà
“Grazie babbo, per avermi così tanto amato”.
E andrà via.
Senza lacrime, però.
Senza lacrime.
Perché sa che andrò in un’altra dimensione, quella che per tutta la vita ho agognato.
Sa che lì cesseranno sofferenze e inganni.
Sa che non ci saranno invidie e intrighi.
E sa che da lassù veglierò su di lei e sulla sua famiglia.
Sigilla i miei occhi con le monete del lungo viaggio, figlia mia,
Sigillami gli occhi.
THARROS. LA NASCITA DELL’OCCIDENTE
Di Antonangelo Liori
Capitolo 49 – Come passo attraverso la porta
Di come la pietra sia il più duttile dei materiali e il più poroso. Pietra attraverso per non essere pietra.
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Sono solo qui.
Il traghettatore prende dai miei occhi le monete.
Mi dissolvo.
La materia si riduce in energia.
Entro nella porta scolpita nella pietra.
Polvere sono e pietra divento.
Andare via mi dispiace, perché stavo bene qui,
Ma so che è solo un passaggio.
Una posizione della mia storia,
Una dimensione della mia energia.
No, non fui frutto di mio padre.
Sono lui.
Sono il senso di tutto ciò che mormora e vibro come il vento dell’eternità.
Chissà cosa racconterà mia figlia a mio nipote, quando mi cercherà.
Gli dirà che ho attraversato la pietra, che ho navigato nel mondo vago dell’esistenza.
Non ho mai temuto nulla al mondo.
Tantomeno temo questa mia dissolvenza.
Infatti, sono morto molte volte e molte volte sono rinato: la generazione è solo un punto di vista.
La mia anima non fa nessuno sforzo.
Si combina con ogni granello di povere.
Sono granello di polvere,
E sono muggine.
E sono alga.
E sono canna.
E sono pietra.
E sono Omero.
Ed Esiodo.
E Plinio il vecchio.
E Sisara.
E suo padre.
E Sergio Frau.
E Danilo Scintu.
E Schlieman.
E sarò sogno.
E sarò veglia.
E sarò qualunque cosa.
Sono qualunque cosa.
E sono umano sembiante.
E sono tutto ciò che ho conosciuto
Sono tutto ciò che sono stato.
Sono tutto ciò che ho sofferto.
Tutto ciò che ho patito.
Tutto ciò che ho goduto.
Sono.
THARROS. LA NASCITA DELL’OCCIDENTE
Di Antonangelo Liori
Capitolo 50 – Ed ora tutto mi è chiaro
Di come ritrovarsi sia esattamente come perdersi e perdersi sia uguale a rinascere, E qui mi trovo.
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Sono tutti qui.
Quelli che ho conosciuto e quelli che avrei voluto conoscere.
Mio padre canta il mio arrivo.
Mio nonno.
I miei zii.
Le donne che ho amato.
I nemici che ho odiato.
Il bene e il male qui si riuniscono.
Ma niente disturba.
Non esiste odio né amore.
Solo un ragionamento complessivo privo di parole.
Che occorre dirsi davanti all’eterno.
Volo nel senso dell’eterno.
Come nella prima ora di Fentanyl.
Ma questa emozione non finisce.
È impossibile raccontare ciò che non si può narrare.
Babbo canta senza musica o parole.
È musica e parole.



