LA NATURA SOVRANISTA DEL CALCIO


Editoriale del 21 novembre 2018

“Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono.
 Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai
 bambini che i draghi possono essere sconfitti”.
 GK Chesterton

In questa fase storica a tutti sarà capitato di riflettere o ragionare sul significato della parola “sovranismo”. Nelle convulse vicende politiche che stanno attraversando e tormentando l’Europa, pare che lo scontro in corso tra chi ritiene che il “particolare” sia stato defraudato dal “globale” e chi invece ritiene il globale come la perfetta “sintesi” hegeliana del futuro prossimo venturo erto a perfetta letizia, sia giunto a livelli di incomunicabilità e intolleranza verbale tali da impedire ipotesi di scenari futuri credibili. Tutto ha assunto i contorni nebulosi di un insostenibile “surplace” intellettuale. Il calcio non poteva non essere coinvolto in questa tragedia dell’assurdo, dove persino il senso delle parole e il senso della storia stanno sempre più perdendo credibilità. Fa impressione l’essersi dimenticati come il calcio sia nato e prosperato sotto forma di inni di realtà particolari, a difesa di una territorialità che laddove non era espressa in luoghi fisici, trovava senz’altro terreno fertile in luoghi dell’anima comprensibili.
Poteva capitare, quindi, di trovare tifosi juventini o milanisti nel profondo sud, come nel laborioso veneto o nella gaudente Emilia. Perché un siciliano poteva tranquillamente apprendere la filosofia bianconera, fino a esserne coinvolto in un comprensibile amore da tifo. Lo scontro tra Juventus e Torino, tanto per fare un esempio, era una delle tante rappresentazioni della cultura italiana, che trovavano anche nel calcio un suo perché. Un perché assolutamente incomprensibile per un danese che volesse intestardirsi a tifare Juventus o Torino. Perché il tifo, come ogni forma d’amore, ha bisogno di traiettorie dell’animo comprensibili per essere autentico; altrimenti si entra nel campo della finzione, completamente ad appannaggio di ogni teoria di spettacolo. Ecco perché il calcio, per sua natura intrinseca, per essere una rappresentazione del vero deve essere “sovranista”, di esclusiva proprietà del luogo dove è nato e si è evoluto. Ora, in piena era dello show business globale, il carattere “sovranista” del calcio rintracciabile sin dalla sua genesi pare essere diventato peggio di una bestemmia. I grandi club, sostenuti dai forzieri delle televisioni e dei potentati finanziari, e finanche da un’Uefa munifica sottobanco nei loro confronti, hanno deciso da tempo di modificare il codice genetico di questo sport, ponendolo sempre più su un palcoscenico globale. Un palcoscenico globale dai cromosomi digitali. Il cambiamento di pelle della struttura genetica del calcio è solo uno dei tanti risvolti della filosofia “mondialista”, ormai pervasivo di ogni settore delle attività umane. L’importante non è più riconoscersi e confrontarsi nelle differenze, ma piuttosto partecipare al festival di un “egualitarismo” dove noi, in quanto possessori di una forza nel tempo presente, abbiamo deciso di azzerare il passato e abolire il futuro. Perché è bene essere consci, nel momento in cui si delega al denaro tutta la nostra fantasia e la nostra forza propositiva, che non può esserci più concetto di futuro nel mondo degli “eguali”. E allora si dimentica, o si finge di dimenticare, che il calcio è da sempre radicato in qualcosa che non è storico, ma metastorico. Nonostante ciò, la forzata storicizzazione del calcio sta avvenendo con delle leggi e regole create ad hoc per i possessori della forza.
Tempo fa il filosofo Massimo Cacciari ha ammonito dal laicizzare troppo le leggi, cioè a far diventare troppo convenzionali le leggi, istillando nella gente il fatto che una legge nasce da una convenzione passibile di cambiamento da un momento all’altro, perché può essere molto pericoloso. Una legge, secondo Cacciari, va radicata in un principio metastorico o metafisico, per un fatto di legittima difesa culturale. Se noi dovessimo accettare una legge ridotta al rango di una convenzione, allora tutto diventa possibile. Anche che un giorno, e perdonate il paragone molto forte, gli ebrei tornino ad essere considerati, per legge, una razza inferiore. Perché se una legge è una convenzione, allora è solo la forza di una maggioranza o del denaro a decidere ciò che è giusto o è sbagliato. Una legge o una regola, quindi, non possono essere frutto di una forza particolare e soggettiva, ma piuttosto devono essere frutto di un percorso che ha come suo termine il riconoscimento di un qualcosa non oltrepassabile.
Qualsiasi siano le ragioni addotte. Siano ragioni di mercato o di qualsiasi altra diavoleria possano inventarsi chi decide di ricorrere all’uso della forza. Ma ormai il calcio, temo, sta avviandosi sempre più verso la via della sua spersonalizzazione e nessuno, proprio nessuno, si ferma un attimo a riflettere perché un arbitro, nel corso di Juventus Napoli, non punisca un fallo di mano di Chiellini, chiaramente tattico ed effettuato in mondovisione, con un obbligatorio cartellino giallo. Luca Banti, l’arbitro in questione, ha deciso un qualcosa che non era nella sua discrezionalità, sapendo benissimo cosa stava facendo. Sapeva benissimo, l’arbitro livornese, che non punire un fallo di mano tattico con il giallo obbligatorio, avrebbe scatenato un mare di polemiche sulla sua persona e sullo strapotere juventino a livello istituzionale. E allora perché esporsi in modo così plateale? E’ davvero credibile, come sostengono in molti, lo scenario di una squadra dal super organico come la Juventus bisognosa di aiuti simili per vincere una partita o un campionato? Ovviamente no, come alla fine ammettono gli stessi anti juventini, giungendo universalmente alla stessa conclusione: la Juve è talmente forte da vincere il campionato anche senza l’occhio benevolo della classe arbitrale. E allora, ripeto, perché Banti ha sentito il bisogno di farsi definire, tramite la sua equivoca direzione di Juve Napoli, come un arbitro prono al potere della Juventus? La risposta potrebbe essere l’utilizzo a piene mani della tecnica “della distrazione di massa”. Una tecnica da sempre utilizzata da chi vuole un’opinione pubblica distratta e poco sensibile rispetto a certi argomenti. Succede così di discutere animatamente intere settimane sul mancato “giallo” a Chiellini o di un rigore non dato, dimenticandosi il reale problema per cui la Juventus è praticamente imbattibile da una qualsiasi squadra del campionato di Serie A. E, ad essere chiari, questa imbattibilità nulla c’entra con presunti o reali favori arbitrali. Ma, si sa, l’arma di distrazione di massa ha sempre il compito di porre l’attenzione dell’opinione pubblica su cose marginali, quando non siano addirittura delle vere e proprie bufale.
I mezzi d’informazione sono abili nell’utilizzare alcuni strumenti per indirizzare il nostro modo di interpretare la realtà. Ma poi la realtà, ad osservarla bene nel suo dipanarsi fattuale, da delle risposte a volte inconfutabili. Una di queste risposte inconfutabili è una Juventus a cui è stato consentito, con favoritismi evidenti, di allargare a dismisura il budget a sua disposizione, e di portare avanti alleanze (Bayer, Real, Manchester, ecc) atte a distruggere il sistema calcio così come lo si è conosciuto fino ad oggi. Alleanze inclini a portare avanti i loro interessi attraverso una laicizzazione delle regole e delle leggi in modo così scoperto e scandaloso, che desta veramente sorpresa come nessun contropotere abbia avvertito quantomeno l’esigenza di prendere una posizione. La famosa indipendenza dello sport dalla politica, richiamata dal “nostro” Giovanni Malagò in questi giorni, prostrato dalla decisione del governo di togliere al Coni la possibilità di amministrare i soldi messi dal bilancio statale a disposizione dello sport italiano, non deve essere un concetto utilizzato solo quando ti tolgono il controllo di fondi con cui eserciti potere. L’indipendenza dello sport, che dovrebbe essere garantita dai dirigenti super partes, andrebbe dimostrata ribadendo a gente come Andrea Agnelli che la legge non è frutto di una convenzione, ma di un cammino condiviso nel tempo. Cammino iniziato dai nostri padri, a sancire che non tutto può essere possibile per la forza.
Invece Malagò, bontà sua, si preoccupa dei soldi e non di uno sport, il calcio, che sta abbandonando il suo “sovranismo” naturale, per abbracciare la filosofia del mondo digitale globalizzato, dai super fatturati globalizzati. Ma va capito questo rampollo dell’eterno “generone” romano, animato da sempre dalla “cupiditas serviendi” di tacitiana memoria, da quella bramosia del servire riconoscente solo quei poteri forti, che della metastoria, semplicemente, se ne fregano. Forse siamo tutti troppo deboli per reagire, forse siamo solo delle piccole gocce in mezzo al mare. Ma tempo fa ho letto da qualche parte una frase davvero bella: “Dobbiamo capire che ogni nostra decisione è sì una goccia in mezzo al mare, ma senza gocce il mare si svuota”. Probabilmente è arrivato il momento di fermarsi a ragionare sulla reale consistenza del mare.

di Anthony Weatherill
(ha collaborato Carmelo Pennisi)

 

Poteva capitare, quindi, di trovare tifosi juventini o milanisti nel profondo sud, come nel laborioso veneto o nella gaudente Emilia. Perché il tifo, come ogni forma d’amore, ha bisogno di traiettorie dell’animo comprensibili per essere autentico


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