IL CASO E L'IDIOZIA


Editoriale del 18 febbraio 2020

 

Per una curiosa coincidenza sono appena usciti in Italia un libro svizzero del 1958 e un film coreano del 2003 che si somigliano e si integrano tra loro: la nuova traduzione Adelphi di “La promessa” di Friedrich Durrenmatt e il ripescaggio di “Memorie di un assassino” del Bong Joon-ho vincitore degli Oscar. Entrambi raccontano di un serial killer di fanciulle, entrambi si concludono senza che i poliziotti abbiano scoperto il colpevole (il lettore del libro almeno lo saprà, lo spettatore del film no). Il giallo è il genere più consolatorio perché nel finale assicura i criminali alla giustizia (o all’aldilà) e ci manda a letto tranquilli. Questi due “antigialli” sembrano fatti apposta per inquietarci o, secondo i punti di vista, metterci definitivamente l’animo in pace: vogliono convincerci infatti che nel mondo non ci si può capire nulla. Il detective del romanzo è un fenomeno, capisce tutto subito e segue la pista giusta, individuando perfettamente l’assassino. Tesa la sua trappola, catturerebbe di sicuro il colpevole se non ci si mettesse di mezzo il caso e gli mandasse a gambe all’aria tutto il piano. Come scrive Durrenmatt, “niente è più crudele di un genio che incappa in qualcosa di idiota” e il geniale Sherlock Holmes viene sconfitto da un incidente imprevisto e imprevedibile. Al contrario, i poliziotti del film sono idioti: la loro ottusità li porta a cercare di procurarsi un colpevole qualunque, a fabbricare prove false, a pasticciare maldestramente l’indagine, a usare la violenza per estorcere una confessione forzata. La pigrizia mentale li fa sospettare solo dei poveracci, dei diversi, dei  “mostri”, convinti, da grulli come sono, di saper riconoscere i buoni e i cattivi solo guardandoli in volto. Eppure questi coglioni pieni di pregiudizi falliscono esattamente come il loro intelligentissimo e abile collega di Zurigo. Perché non c’è scampo: sperare di arrivare alla verità è un’illusione tragica (per Durrenmatt) e grottesca (per Joon-ho). Non capiremo mai un cazzo perché siamo scemi, rozzi e maldestri. E se qualcuno di noi facesse eccezione e si dimostrasse in gamba, ci penserà il caos ingovernabile che presiede l’esistenza umana a fargli uno sgambetto. La dolente e composta razionalità svizzera concorda con lo scomposto ghigno coreano: basta rovesciare il giallo come un calzino per mostrare quant’è sfilacciato l’intreccio della vita e perdere ogni speranza di comprenderlo.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

 

Eppure questi coglioni pieni di pregiudizi falliscono esattamente come il loro intelligentissimo e abile collega di Zurigo. Perché non c’è scampo: sperare di arrivare alla verità è un’illusione tragica (per Durrenmatt) – da IL CASO E L’IDIOZIA – Editoriale di Fabio Canessa


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