I LATI NEGATIVI DELLA MORTE - Editoriale del 14 gennaio 2020


 

Secondo Seneca la morte non è davanti a noi, ma dietro: ogni età vissuta è ormai irrevocabile e dunque inghiottita dal tempo, per cui ognuno di noi è già ampiamente morto e non lo sa. Secondo Epicuro la morte non è un male, perché finché ci siamo noi non c’è lei e quando ci sarà lei non ci saremo noi. L’assenza di sensazioni non provoca dolore: se non siamo stati male nel 1533, non staremo male nemmeno nel 3122. Eppure il ragionamento, logicamente impeccabile, non ci soddisfa del tutto. Perché nel 1533 non eravamo ancora al mondo, mentre nel 3122 non ci saremo più, e la differenza non è da poco. Essere vivi con la consapevolezza di non esserlo più in futuro implica lo struggimento dell’assenza, spina nella carne e nell’anima di ogni umano. Imparare la scienza dell’addio, della quale secondo Osip Mandelstam era maestro Dante Alighieri, comporta un faticoso apprendistato o il vile oblio di chi crede sia meglio non pensarci e spegnersi di notte, senza accorgersene. La paura della morte è inferiore soltanto alla paura di non essere mai esistiti. Il dubbio di attraversare il cammino terreno come comparse fugaci, che non lasceranno la benché minima traccia al momento di scomparire, induce un bilancio penoso e malinconico. Le gioie, i dolori, le ambizioni, le speranze e le umiliazioni di un’esistenza non avranno neanche una flebile eco nei cuori e nelle menti di chi ci sopravvive? Le idee, gli affetti e gli odi che agitano i nostri animi non vivranno un solo giorno più di noi? Il nostro abbandono del mondo lascerà la realtà esattamente come il nostro inserimento in essa l’ha trovata? In una società ormai priva di senso del sacro, nella quale anche chi va a messa la domenica stenta a concepire l’immortalità dell’anima e tende a pensare alla morte come alla fine di tutto, la funzione della tomba è tornata quella della classicità greca e dei Sepolcri foscoliani: l’unica possibilità dell’uomo di non scomparire del tutto dalla faccia della terra, la sola magra consolazione di lasciare per qualche tempo un segno della propria presenza alla luce del sole. Quella funzione che nei cimiteri di oggi svolgono le fotografie, unica labile traccia sulla quale spesso fantastichiamo le personalità di nonni che non abbiamo conosciuto o di celebrità remote, indagate dalla nostra curiosità nella posa in cui la foto li ha immortalati. Oppure affidiamo a un’epigrafe la memoria di un individuo, ridotto a puro nome. Soprattutto se ha fatto qualche opera non spregevole: ars longa vita brevis, dicevano i latini. Basta non sopravvalutarsi troppo: infatti, a Rodi, una colonna funeraria del III secolo a.C. recita “Giunse persino alle foci del Nilo e all’Indo estremo la gloria grande e immortale dell’arte di Anfìloco”. La scritta assume oggi un risvolto involontariamente comico, perché nessuno di noi sa chi cazzo sia questo Anfìloco di Laago, da Pontorea, né in quale arte fosse così grande e immortale.

Fabio Canessa

Preside del Liceo olistico Quijote di Aristan

 

Oppure affidiamo a un’epigrafe la memoria di un individuo, ridotto a puro nome (da I LATI NEGATIVI DELLA MORTE – Editoriale di Fabio Canessa)

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