COMBATTERE IL CORONA VIRUS – Editoriale del 8 maggio 2020


Si può andare in 15 a un funerale in chiesa. Si lamentano quelli che non disponendo di funerali non possono andarci ugualmente. In quel caso si lamenta il sedicesimo, che è il primo di una lunga fila. Non entro in una disquisizione di libertà di culto, mi dispiace solo che Salvini non possa recitare le preghiere a voce alta a reti unificate. Tenga duro, si rifarà presto.

È vietato andare a correre in un parco: che male farà un solitario in un parco esteso? Niente, se fosse da solo, ma scoprirebbe che se viene permesso a lui avrebbe un grande seguito.

Uno mi ha chiesto malignamente che vuol dire congiunto e io gli ho chiesto che vuol dire paraggi. Non mi importa di stabilire l’estensione del termine, neanche per fare battute. Meglio le parole crociate, che ti danno più soddisfazione.

Mio figlio sta a Roma, bene, ci sta da un bel po’ di tempo, lo vedo e sento su skype e conto di rivederlo quando sarò tranquillo, se potrò.

Mi mancano i bar, i ristoranti, i locali, il teatro, perché erano il luogo di cricche, incontri, scambio, e da vecchio oreri (sono quelli che contano le ore senza fare niente) e guardone, mi manca l’abbaglio o l’illusione di una pivella (giovane donna), anche se ora ho un altro bacino d’utenza.

Ho ripreso a leggere, passione a cui mi ha abituato mio padre (grazie). Posso scegliere perché tanti libri li ho comprati per averli rinunciando a una bella macchina. Ne parlai una volta sulla Bmw di un amico che nel suo scaffale aveva solo gli elenchi telefonici.

Il computer mi aiuta (grazie Bill) e consiglio a tutti di imparare il bridge che consideravo già una ottima pensione integrativa. Per questa pandemia ormai è andata, ma per la prossima potrete giocare e fare tornei al computer. Potrete dire ciao a un sacco di conoscenti e passare tre ore impegnato a giocare, se volete ogni giorno.

L’unica preoccupazione e che si sia spezzata una tensione che mi ha accompagnato tutta la vita: del calcio non sento la mancanza, la distrazione, il rituale. Per fortuna sono ricco di ricordi e posso rivivere il 1970, Riva, e questo è un caso in cui mi auguro che mio figlio abbia tutto quello che ho avuto io. Da questo punto di vista mi considero fortunato, condividendolo con tanti, facilmente contabili. 

 

Nino Nonnis (Sa cavana [la roncola] di Aristan)

 

 

Mi mancano i bar, i ristoranti, i locali, il teatro, perché erano il luogo di cricche, incontri, scambio, e da vecchio oreri (sono quelli che contano le ore senza fare niente) e guardone, mi manca l’abbaglio o l’illusione di una pivella (giovane donna) … da COMBATTERE IL CORONA VIRUS – Editoriale di Nino Nonnis

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