60 ANNI DI DESIDERIO TRIANGOLARE


Editoriale del 9 novembre 2021

Non siamo felici, diceva Stendhal, perché siamo vanitosi. Essere vanitosi significa, secondo René Girard, essere incapaci di desiderare ciò che abbiamo, cupidi come siamo di tutto ciò che è altrui. Esattamente sessant’anni fa, nel novembre 1961, veniva pubblicato “Menzogna romantica e verità romanzesca”, il libro scandalo nel quale Girard nega l’esistenza di un desiderio spontaneo, che non prescinda da un modello. L’oggetto del desiderio deve essere per forza desiderato da qualcun altro che noi ammiriamo, al posto del quale vorremmo esserci noi. La causa del desiderio non starebbe dunque nelle qualità e caratteristiche dell’oggetto in sé, ma nella sua appartenenza al nostro idolo. Nasce così la definizione di desiderio triangolare: il soggetto, l’oggetto e il mediatore. Il mediatore può essere prossimo o remoto: il vicino di casa o il divo del cinema, l’amico sicuro di sé o la rockstar, il politico locale o un eroe della fiction. Quanto più il mediatore è lontano e irraggiungibile, tanto più la tensione del desiderio sarà forte e longeva. Vittime celebri di tale fascinazione sono personaggi letterari come Don Chisciotte, che aspira a emulare i cavalieri erranti delle cui avventure si è nutrito, ed Emma Bovary, adultera per essersi identificata con le eroine fittizie dei romanzi sentimentali. Eppure, una volta raggiunto lo scopo e conquistato l’oggetto tanto agognato, arriva implacabile la delusione, dovuta a uno smacco insopportabile. Perché ci attendiamo dal possesso dell’oggetto una metamorfosi radicale della nostra vita, della nostra identità, che inevitabilmente non avviene. Allora si capisce che l’oggetto non aveva un valore in sé, ma era soltanto un mezzo per raggiungere il mediatore, per diventare come lui: il desiderio secondo l’altro nasconde sempre il desiderio di essere l’altro. E quando ci accorgiamo che il possesso non ha trasformato il nostro essere, che la magia attesa non ha funzionato, la catastrofe è dietro l’angolo. In una coscienza senza Dio, in un mondo dove ognuno percepisce la propria infelicità e inadeguatezza immaginando al contrario che tutta la fortuna e la pienezza di vita sia toccata in sorte al prossimo, conclude Girard, “gli uomini saranno dèi gli uni per gli altri”. La menzogna romantica sarebbe allora quella di chi vaneggia della genuinità del desiderio, occultando la presenza del mediatore; la verità romanzesca, intuita già da Ludovico Ariosto nel primo canto dell’Orlando Furioso attraverso il lamento di Sacripante (“Ah, Fortuna crudel, Fortuna ingrata!/ trionfan gli altri, e ne moro io di inopia”), è quella raccontata da Cervantes, Proust, Dostoevskij, Flaubert e, per l’appunto, Stendhal, i quali smascherano nei loro capolavori la natura fittizia di un desiderio che modella l’esistenza attraverso una catena di triangoli, destinata per forza al fallimento.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“Nasce così la definizione di desiderio triangolare: il soggetto, l’oggetto e il mediatore.”
Da 60 ANNI DI DESIDERIO TRIANGOLARE – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

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