69 CHILI DI GIORNALISMO


Editoriale del 30 marzo 2105

Sia ben chiaro, non sono qui per vincere, tanto meno per partecipare. Sono qui per combattere, e soprattutto per raccontare. Porto il culo nei luoghi lontani e difficili perché lì gli esseri umani sono nudi e feroci, o angeli puri di cristallo. Max mi danza davanti, ha vent’anni,69 chili nella struttura lunga e glabra che sarà di uomo, gli occhi persi dentro i mei e una guardia elegante, attenta. Il gong ci ha strappato al mondo scagliandoci nello spazio siderale del respiro e dei muscoli e della paura. Negli spogliatoi provavo i colpi allo specchio, il volto impeciato di vaselina, il mentolo spalmato sul petto, un cuore di bue che batte lento e sordo. Il tempo e le esperienze drenano l’emozione e lasciano un vuoto solido e l’amore per le cose come vengono. Comincio a invecchiare. Il mondo è tutto ciò che accade dice Wittengstein nel Tractatus. E io sono qui per voi. Sono una cosa che accade, un cristo paraculo e buffo armato di penna sotto un cielo di parole inutili. Un coglione qualunque. Infatti, nonostante il maestro Paolo Vacca insista pazientemente da mesi, ho il busto in avanti, e il grugno su un vassoio d’argento. I colpi non mi fanno male, mai. Raramente li considero umilianti. Li abbraccio tutti nel grande bordello dei tentativi, li inzuppo nell’acqua sporca dell’umiltà. Solo l’umiltà è infinita.  Sono un bolscevico dell’esperienza. Io in fondo ci godo proprio con le botte, mi sembrano parte fondamentale della vittoria. Ho io l’iniziativa, cerco di bucare la guardia e metterla sui colpi ravvicinati, sfruttando cattiveria e velocità. Max m’inchioda con diretti lunghi e precisi e la capoccia fa bang, mentre i giudici spremono una tacca sul taccuino. È lui il saggio: aspetta che la corrente porti il cadavere sulle sponde. Io avanzo, sono l’adolescente rabbioso, perché ho questa natura bastarda dell’andare, caracollante e velleitaria, talvolta ottusa, andare e superare e perdersi: “Se la morte è soltanto un mare, lo vedi, mi ci tuffo vestito”, grida il Chisciotte di Fossati. E poi le sigarette cominciano a farsi sentire, mezza vita che mi spippo i polmoni e quando il gong proclama la terza e ultima ripresa dico no, merda, no. Cazzo, no. Ma anche Max è bollito e siamo due anime disperanti in un deserto di fiato e forza e in una giungla di voci, la ciurma degli spalti e le famiglie raccolte intorno alla nostra solitudine: Il nonno Paolo Vacca, la sorella Alessandra MDB e il fratello Maurizio, Ercole il secondo, Alessio, Charlotte e la minuscola Sofie, Nicola Money Mayweather e Matteo sfasciamescelle il Treno e Stefano il Toro gentile, pugili, donne e uomini di periferia vivi pulsanti in me adesso che le braccia son di cemento come le nostre strade sporche e dimentiche e io e Max non siamo più noi stessi ma una poltiglia di sudore e nausea e sete, siamo una cosa sola divisa da quello sguardo che non s’è mai allentato, i miei occhi persi dentro i suoi, nemico, mio sangue mentre tutto vortica intorno, ha vinto, sento il verdetto strisciarmi velenoso nel ventre e aspetto il gong come un bacio di donna sull’apocalisse per andare all’angolo e guardare il padre, il maestro Paolo Carta, e in platea l’Olimpico Cossu, e in loro leggere la guerra, se mi sono battuto con onore, nonostante gli errori, se ho avuto coraggio. Se esiste un momento che non annichilisca in questo tempo sublime, infinito, terribile. Di ritorno al padre, il fanciullo feroce. Gong.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

COGLI L’ATTIMO

 

l’esordio di Luca Foschi sul ring

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