ADDIO A KIM KI-DUK, IL MAESTRO DEL CINEMA CRUDELE


Editoriale del 15 dicembre 2020

Chi è convinto che compito del cinema sia ferire lo sguardo dello spettatore, come mostra la celebre sequenza del film “Un cane andaluso” nella quale Luis Bunuel taglia con il rasoio l’occhio di una ragazza, sarà oggi orfano di KIm Ki-duk, ucciso dal Covid a 59 anni. Se non lo conoscete sbrigatevi a recuperare i suoi film, perché il cineasta coreano era uno dei maggiori registi contemporanei: le sue opere più note sono il poetico “Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera”, il pluripremiato “La samaritana” e il geniale “Ferro 3”, nel quale un ladro penetra nelle case vuote per vivere le vite degli altri. Abituato ai trionfi festivalieri di Venezia e Cannes, Kim Ki-duk è stato il maestro di un cinema estremo, guidato dal gusto dell’eccesso e della crudeltà visiva. Di quelli che se non sconvolgono e scandalizzano il pubblico, tradiscono se stessi; dotato, però, di un magistero tecnico strabiliante. Se siete di stomaco forte godetevi “Moebius”, scorpacciata di efferatezze che disintegra l’istituzione familiare con un devastante senso del grottesco, componendo un triangolo ultrascabroso e splatter tra madre, padre e figlio. I meccanismi del potere e del desiderio, del piacere e del dolore si trasfigurano in una sciarada di castrazioni e autocastrazioni, trapianti e incesti, tutto lasciato alla potenza delle immagini, senza neppure un dialogo. Oppure il suo capolavoro “Pietà”, nel quale Kim Ki-duk sfiora il vertice della sua arte crudele, straziando lo spettatore con un plot durissimo e immagini violente, ad alta densità emotiva, con la storia del tirapiedi spietato di un usuraio che ritrova a trent’anni la madre che lo abbandonò in fasce. Dapprima la tortura e la violenta; poi si trasforma fino a una commovente e ridicola regressione all’infanzia, ma il peggio arriverà alla fine. Cinema purissimo, dove il turpe sfocia nel sacro, lo sgomento si vela di ironia e la pietà trova un’inedita chiave di lettura. Un cazzotto allo stomaco medicato dalla carezza della poesia. Se siete invece un po’ delicati, basterà assaggiare, per capire il nocciolo della sua poetica, “Time”, apologo allucinato sull’identità e il trascorrere del tempo, temi ricorrenti nella sua filmografia. È la storia di una ragazza che, spaventata dal tempo che cambia le cose, dubita dell’amore del fidanzato (non a caso fotografo) fino a cercare di scacciare la gelosia cambiando faccia e presentandosi a lui con un volto nuovo grazie alla chirurgia estetica: un’angosciosa parabola sulla permanenza assillante della memoria e sull’ansiosa urgenza di cambiamento che presiedono le nostre vite. Perché la condanna dell’amore è quella di essere legato alla necessità di bilanciare familiarità e sorpresa, fedeltà e trasgressione, abitudine e seduzione, sicurezza ed eccitazione. E la personalità dei personaggi dei film di Kim Ki-duk, che riflette quella di tutti noi, si smarrisce alla ricerca di un impossibile equilibrio. Di sicuro c’è solo che siamo gli artefici della nostra infelicità e che, prigionieri dell’ossessione di modellarci un’identità sui presunti desideri altrui, corriamo dritti verso la distruzione di qualsiasi possibile identità.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“Di sicuro c’è solo che siamo gli artefici della nostra infelicità e che, prigionieri dell’ossessione di modellarci un’identità sui presunti desideri altrui, corriamo dritti verso la distruzione di qualsiasi possibile identità. “

Da ADDIO A KIM KI-DUK, IL MAESTRO DEL CINEMA CRUDELE – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

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