AFFONDI


Editoriale del 7 aprile 2019

Hanno trascorso mesi a leggere saggi, a studiare la storia contemporanea, a rispondere alla stessa domanda: che reazione c’è tra sport, identità nazionale e nazionalismo? L’identità non esiste a priori, è relazionale e stratificata. Ambigua, cangiante, in evoluzione. Lo ripetono come un mantra, la chiave per sfangarla all’esame di fine semestre. Contano il territorio, la lingua, il background e le tradizioni, la religione e la provenienza. Ma ciascuno di questi elementi può essere messo in discussione. Non è l’omogeneità a garantire l’appartenenza ma i miti collettivi, anche quelli inventati. Hanno vent’anni e sono studenti americani, i miei studenti. Ci sono rimasti male quando ho annunciato che il baseball come specchio della democrazia americana è un falso storico e che il loro sport nazionale lo hanno inventato gli inglesi. Quasi tutti sbagliano la risposta nel test di mid term. Non lo possono accettare e fanno bene, perché è così che i miti funzionano. Si reggono anche senza legittimità storica, si reggono per condivisione, per sentimento. Vederli in viaggio, ventidue ragazzi ai quali ho riempito la testa di letteratura e teoria è sempre sconvolgente. Vederli indossare i guantoni da boxe in una palestra gloriosa di un quartiere di periferia in una città sperduta su un’isola che nessuno dei loro coetanei ha mai visitato. Vederli sudare e ridere, tutti, anche quelli che in classe è tanto se tengono gli occhi aperti, vederli affondare i pugni nei sacchi e poi, lungo la strada del rientro, dirsi tra loro che è vero che l’identità è fatta di relazioni e di racconto. Vederli ancora rossi in viso, sdraiati a pancia in giù sul ring, pieni di ammirazione per chi li ha guidati tra la storia del quartiere e gli addominali, tra l’alterità di un luogo che prima non esisteva e una sessione di piegamenti, vederli svegli come in classe mai, mi ricorda che la strada è sempre un buon esempio, quando la teoria non riesce ad arrivare al punto. Aveva ragione Albert Camus, mi sparano addosso in un solo fiato, quando diceva “Tutto quello che so della vita l’ho imparato dal calcio”. Chi è Camus non se lo ricordano, però da oggi sanno tenere alta la guardia e saltellare tra un diretto e un jab.

Eva Garau (Precaria di Aristan)

Vederli indossare i guantoni da boxe in una palestra gloriosa di un quartiere di periferia in una città sperduta su un’isola che nessuno dei loro coetanei ha mai visitato. Vederli sudare e ridere, tutti, anche quelli che in classe è tanto se tengono gli occhi aperti, vederli affondare i pugni nei sacchi e poi, lungo la strada del rientro, dirsi tra loro che è vero che l’identità è fatta di relazioni e di racconto. (da AFFONDI – Editoriale di Eva Garau)

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