ALLA DERIVA


Editoriale del 1 luglio 2018

«Le navi delle Ong sono i taxi dei migranti», ha detto Salvini a Como, tra le urla entusiaste dei ragazzini. E poi: «Stiamo perdendo tempo per gente che non sta scappando dalla guerra». Lo aveva già detto prima, ma prima sembrava solo cabaret, l’eredità di quel partito che già dagli esordi l’accademia e il giornalismo definivano “folkloristico”, prendendo un abbaglio clamoroso. Perché oltre le ampolle a Pontida, i riti pagani e le minacce si secessione, la Lega rispondeva all’insofferenza di un Nord che nel gioco paradossale della globalizzazione si sentiva discriminato “a casa propria”. Un malessere da contendersi, anche nella capitale una volta ladrona, anche in Sicilia, prima che il vaffa dei concorrenti incontrasse la frustrazione locale. Strati di narrazioni che si sono incrostate addosso agli italiani, brava gente, si sa. Si sono commossi, gli italiani, per la foto del piccolo Aylan Kurdi riverso sulla battigia. Oggi posso lacerarsi le vesti tre volte, una per ognuno dei tre neonati morti nel naufragio al largo delle coste libiche. Oltre cento i dispersi. E infiniti i commenti sui social e sui siti dei quotidiani. «Tanto sarebbero diventati terroristi», scrive una donna. «Cento in meno, bene». Non è semplice rompere il ritmo di una narrazione che da anni si è fatto battente, una percussione che ha portato a una trance senza ritorno. Chissà se erano migranti economici i tre bambini annegati. Chissà se scappavano dalla guerra o se venivano in Italia a fare i delinquenti e a sottrarre il lavoro ai nostri giovani. Neanche quell’immagine diventerà mai la prova del fatto che l’immigrazione non c’entra niente con il dovere di salvare una vita. Neanche l’innocenza arresa alla violenza di chi commenta dal divano di casa e si incazza perché in frigo non ci sono più gelati, neanche il dolore di quello che sarebbe potuto essere di tre o mille corpi e altrettante legittime aspirazioni placherà le rivendicazioni al diritto di espressione. Ho paura e voglio urlarlo con rabbia. Allora esercitiamolo, in qualunque occasione ci sia data, questo diritto d’espressione. E che sia il diritto a rivendicare la logica, anche, e se avanza tempo l’umanità. Non esiste nessuna emergenza immigrazione che giustifichi la chiusura dei porti. Non esiste alcun legame tra gli immigrati che arrivano e quanti tra loro otterranno lo stato di rifugiati. Non esiste nessun dialogo tra i Paesi europei. I primi ministri, pettinati e incravattati, hanno parlato, parlato, parlato. Poi dice che erano tanto stanchi. Il risultato? Un bel piano che lascia tutto in mano alla buona volontà dei singoli Paesi. lI volontariato ci salverà. Come abbiamo fatto a non pensarci prima? I volontari, quelli delle Ong, ci stanno già salvando, da anni. I taxi del mare ci permetteranno di mitigare il giudizio della storia, che a questi piccoli uomini che ci governano destinerà una pagina di morte. A Salvini, e a Di Maio che tace. E a noi con loro, ogni volta che non sapremo scegliere tra il livore pavido di chi è padre e madre solo dei figli suoi e la dignità di vivere senza sprofondare nella melma dell’odio. C’è una nave alla deriva che sta ormai toccando il fondo dell’abisso. Si chiama Europa.  

 

Eva Garau (Precaria di Aristan)

C’è una nave alla deriva che sta ormai toccando il fondo dell’abisso. Si chiama Europa. (da ALLA DERIVA, editoriale di Eva Garau)

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