DIRITTI D'AMORE


Editoriale del 28 febbraio 2018

Ho fatto un lungo viaggio per riportare l’Amore a casa.
A Mathura, in India, ha vissuto da principe.
Si chiamava Krishna ed esaltava i desideri della sua innamorata Rhada solo per sacrificarli.
Quale fosse il senso di questa mortificazione umana della donna è argomento oscuro.
Certo è che più la avviliva più lei ardeva per lui.
E più ardeva per lui più lei si avvicinava a Dio.
Più rompeva gli argini del contingente più attingeva all’armonia divina.
E’questo il mistero del sacro Amore. Sacro, da sacr, “oscuro“.
Davanti a Rhada che piange notte e dì ardendo per il principe intangibile e lontano ho portato Amore.
Al quale abbiamo impropriamente dato leggi e norme al fine di percepire un’inutile illusione di perennità sulla terra.
Per il quale pretendiamo la pace dei sensi e edifichiamo falsi bisogni che permettano di sfuggire all’angoscia e all’abisso dell’io.
Chiediamo il diritto d’amore.
Ma è Amore profano, e resta fuori dal tempio di Mathura.
Dove il suono dello shanai anima le strade e fa come l’oboe che tanto gli somiglia: apre la vista dentro il proprio essere e indica la via per la beatitudine.
Quella in cui l’oggetto che si ama diventa solo un mezzo.
E dove tutto è sacrificio di sé.
Estasi e immortalità.

Virginia Saba
(Autostoppista ad Aristan)

COGLI L’ATTIMO

 

da Un sacco bello (1980) diretto e interpretato da Carlo Verdone

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