APOCALYPSE HOW


Editoriale del 2 settembre 2013

Cercare un incipit in una stanza d’albergo mentre Amman s’arroventa e schiamazza fuori, come un immenso uovo fritto. Un ventilatore sul soffitto ma non è Apocalypse now. Respirare nel mezzo, fra volontà e memoria: genti, luoghi cose e fenomeni, un adagio di Mahler non serve, piuttosto, l’apprendista stregone a sciabordare e ramazzare, Topolino e le sanguinose, occulte magie del Medioriente. I potenti parlano la stessa koinè, quella dell’avere. E il piccolo cronista raccoglie i cascami, le mani spappolate dal tempo di Abdul, che vende pere cotte nel campo profughi di Zaatari. Fiore dopo fiore infilare la ghirlanda delle storie: è commercio. Essere sempre sconfitti, il filo è infinito, truccato, conduce verso certi istanti di pienezza, alte costruzioni circondate dal vuoto. Ma la storia ti scorre nelle vene o miserabile, velleitario scribacchino. Daresti ogni cosa perché quelle sillabe fossero un seme di conoscenza. Non per gli altri. Il bene, così, posticcio, è una struttura fallimentare. Solo per te, per giustificare queste schegge d’esistenza, un gioco innocuo che tenga buoni e assorti mentre il caos e la morte spalancano le braccia, fuori.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan war’s correspondent)

COGLI L’ATTIMO

 

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