APPROPRIAZIONE INDEBITA (DI OVINO)


Editoriale del 30 agosto 2020

Le pecore sarde non avevano mai ricevuto tanta attenzione dai media nazionali. Prima l’azienda danese Pandora lancia una serie di ciondoli legandoli ciascuno a una città o una regione: la bicicletta per Milano, la pecora glitterata per la Sardegna. Tra le voci indignate che avrebbero trovato più dignitoso un fenicottero, un nuraghe o un cavalluccio marino, la polemica si è spenta dopo accorati dibattiti sull’identità sarda che, in fondo, alla pastorizia, si è detto, è profondamente legata. Poi è arrivato Briatore a servirsi degli ovini per rivendicare l’irrilevanza di Arzachena e del suo sindaco, noti, appunto, solo a due pecore. Infine la ciliegina sulla torta: la vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera che mostra il governatore Solinas nelle vesti di un pastore e si accompagna alla didascalia “Sono venuti dal continente e hanno compromesso l’immunità di gregge”. Passando per la gaffe del personaggio famoso ritratto a torso nudo a mungere una mucca mentre cinguetta al mondo che lui, amante della Sardegna “vera” (?), da quel latte caverà il pecorino. Sulla questione della sovrapposizione tra sardità e pastorizia l’intellighenzia autoctona è divisa tra chi rivendica un innegabile elemento di appartenenza (si pensi allo slogan “siamo tutti pastori” in sostegno alla categoria che protestava per la quote e i prezzi del latte) e chi trova inaccettabile lo stereotipo indicativo di inferiorità sociale e arretratezza economica e culturale veicolato dalla pecora. Mancanza di senso dell’umorismo e permalosità indigena? Non eravamo tutti Charlie Hebdo qualche tempo fa? Chi non ha riso di fronte alla prima pagina del Manifesto alla nomina di Ratzinger a vicario di Roma, raffigurato sotto il titolo “Il pastore tedesco”? Come non trovare divertenti le vignette che ritraggono un abbronzatissimo Luigi di Maio incollato sul poster di via col vento, nei film di Totò, fianco a fianco con Barak Obama? La risposta sta in una parola e fa svanire il sorriso sulle labbra: “appropriazione” – l’adozione di un simbolo tipico di una cultura, solitamente minoritaria, da parte di una cultura storicamente antagonista o semplicemente egemone. Altrove se ne discute da decenni in relazione all’arte, ai simboli religiosi, ai canoni estetici, alla letteratura. Quando gli elementi di una cultura minoritaria, oggetto di discriminazione (anche passata), vengono estrapolati dal contesto e così strumentalizzati per cristallizzare uno stereotipo, secondo il canovaccio classico e banale del colonialismo e dell’imperialismo, si passa la linea tra ibridazione (nella moda, per esempio) e “misappropriation”, o appropriazione indebita. In sostanza significa che la definizione di un’identità non può che venire dai soggetti che ne partecipano. Sebbene questo porti ad alcuni paradossi (negli Stati Uniti una scrittrice bianca che nel suo romanzo dava voce a una protagonista nera è stata tacciata di cultural misappropriation, e si è aperto un dibattito sui limiti della libertà artistica ), forse dovremmo chiederci a quanti fa ridere che si rida della pelle scura di Di Maio e dei sardi pastori. A Di Maio essere deriso per il colore della pelle ha “alleggerito la giornata”. A Igiaba Scego, questo “folklore inferiorizzante dei neri” e l’ilarità del ministro, molto meno. In bibliografia metterei decisamente la seconda.

 

Eva Garau (Precaria di Aristan)

 

Sulla questione della sovrapposizione tra sardità e pastorizia l’intellighenzia autoctona è divisa tra chi rivendica un innegabile elemento di appartenenza (si pensi allo slogan “siamo tutti pastori” in sostegno alla categoria che protestava per la quote e i prezzi del latte) e chi trova inaccettabile lo stereotipo indicativo di inferiorità sociale e arretratezza economica e culturale veicolato dalla pecora. Mancanza di senso dell’umorismo e permalosità indigena? (da APPROPRIAZIONE INDEBITA (DI OVINO) – Editoriale di Eva Garau)

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