ARISTOCRAZIA DELLA SOFFERENZA


Editoriale del 6 luglio 2014

Quello che la felicità unisce, il dolore separa. Gli esseri umani fanno facilmente gruppo e tribù per cantare l’inno alla gioia ma lasciano miseramente soli coloro che si lamentano. Una minoranza di quelli che vengono abbandonati, nonostante la loro sofferenza, non si perdono d’animo, anzi. Alcuni iniziano una feroce battaglia, legittima e nobile, contro la fonte dei loro mali che – talvolta – si allarga a tutto il resto del mondo. Come una macchia di catrame, con lo stesso colore e consistenza, il dolore si espande in sentirsi incompresi, rivendicativi, aggressivi e infine unici e assoluti. La frase ricorrente è: “Tu non puoi capire quanto sto male.” È allora il momento in cui la sofferenza compie il suo delitto più grande, rinchiudendo quelli che la portano in un’assoluta aristocrazia del dolore, in un bastione alto e buio da cui non si vedono neppure le mani delle persone che fanno di tutto per aiutarli ad uscire fuori dalla Torre d’Avorio in cui si sono rinchiusi.

Luca Pani
(Psiconauta ad Aristan)

COGLI L’ATTIMO

Vivere o niente (2011) di Vasco Rossi

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