THE ARTIST FORMERLY KNOW AS PRINCE


Editoriale del 26 aprile 2016

Se continua così, il personaggio dell’anno del 2016 potrebbe essere la Morte (farebbe la sua porca figura, sulla copertina del Times, con il cappuccio sul teschio e la falce nella mano scheletrica), che sta portando via, con tanti nostri beniamini, anche tutti i nostri punti di riferimento (e purtroppo i sostituti latitano): l’anno è iniziato da appena quattro mesi e ha già reso orfani (per citare solo i defunti più illustri) il cinema con Ettore Scola, il calcio con Cruyff e Maldini, la letteratura con Umberto Eco e Imre Kertesz (meno popolare, ma scrittore di qualità stellare, Premio Nobel grazie all’imperdibile “Essere senza destino”), la musica con David Bowie e, ora, Prince. La perdita forse più dolorosa, perché più inaspettata e totale: il genio di Minneapolis era semplicemente la musica, come Fellini era il cinema e Kafka la letteratura. La miscela originalissima e trascinante delle canzoni di Prince centrifugava con ispirazione sublime e tecnica sovrumana tutto il rock, il pop, il rhythm and blues, il funky, la black music, il soul, la suite sinfonica, lo swing, il virtuosismo, la trasgressione, l’erotismo e la dance, con preziose venature jazz e blues, passando dai ritmi scatenati alla struggente ballad sentimentale. Un manipolatore di melodie e arrangiamenti quanto Frank Zappa, un compositore sopraffino quanto Lennon e McCartney, un chitarrista prodigioso quanto Jimi Hendrix, un ballerino trascinante quanto Michael Jackson, una voce inconfondibile quanto Stevie Wonder. Ascoltate il celebre “Purple rain” o il capolavoro “Sign of the times” per far scaturire tutte le sfaccettature delle emozioni che il rock ci ha dato dalle sue origini a oggi: un cocktail capace di sintetizzare e risemantizzare ogni genere, calibrando sorprendentemente i succhi più gustosi della tradizione e la forte carica innovativa della sperimentazione più all’avanguardia. Sonorità inedite, ritmo travolgente, un sound postmoderno ancorato alle radici robuste del rock and roll, tale da sprigionare ogni scheggia di riff esplosivo, frullando Beatles e Otis Redding, Rolling Stones e Marvin Gaye. Ma la dimensione più esaltante di Prince era quella dal vivo: la sua strepitosa esibizione a Perugia nel 2011, nella cornice di Umbria Jazz, rimane il più entusiasmante concerto che io abbia mai visto. Pensare che rischiai di perderlo: proprio quel giorno mio figlio tornava da una vacanza in Irlanda e dovevo andare a prenderlo a Pisa. Buon per me che l’autista irlandese dell’autobus che l’avrebbe accompagnarlo all’aeroporto era un provvidenziale coglione che non si svegliò in tempo e gli fece perdere l’aereo per l’Italia. Un grazie a Prince, dunque, e uno anche all’autista coglione.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan


Ascoltate il celebre “Purple rain” o il capolavoro “Sign of the times” per far scaturire tutte le sfaccettature delle emozioni che il rock ci ha dato dalle sue origini a oggi
(da THE ARTIST FORMERLY KNOW AS PRINCE editoriale di Fabio Canessa)

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