ASINELO


Editoriale del 12 luglio 2016

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A testimoniare lo stato confusionale della didattica odierna, indecisa sulla propria identità e alla ricerca perenne di innovazioni al passo coi tempi, arriva il progetto balordo della alternanza scuola-lavoro. Ogni istituto superiore deve prevedere per gli studenti un periodo di sospensione delle lezioni, sostituite da un breve apprendistato in un posto di lavoro. L’idea appare inconcludente da qualunque punto di vista la si guardi: da una parte è un atto di sfiducia verso la propria capacità formativa (che dovrebbe costituire una solida base per qualsiasi mestiere e, casomai, dovrebbe insegnare a poter cambiare mestiere, non a indirizzare verso uno solo), dall’altra risulta utopistico che qualcuno possa imparare davvero a fare l’avvocato, il giornalista, l’assicuratore o il pompiere visitando per qualche giorno uno studio, una redazione, un ufficio o una caserma, improvvisandosi apprendista di un mestiere per il quale gli manca qualsiasi “know how”, come dicono oggi. L’unico risultato sarà quello di spezzare il ritmo di studio, disperdere la concentrazione, vanificare la costanza dell’impegno scolastico e scaraventare uno sprovveduto in un ambiente estraneo, nel quale andrà già bene se non darà noia a chi ci lavora. Possibile che la scuola sia ridotta a non aver talmente rispetto della sua funzione formativa da voler abdicare allo studio per affidarsi in modo così spericolato alla pratica di un’attività esterna? Quasi ammettendo la propria natura astratta e incapace, per timore che gli studenti non siano altrimenti abbastanza preparati per affrontare il mondo fuori. Come se il cinema prevedesse l’alternanza cinema-realtà: tu entri a vedere il film e, a metà proiezione, la pellicola si interrompe e ti fanno uscire dieci minuti a camminare per la via, per farti misurare la dimensione fittizia di quello spettacolo immaginario, confrontandolo con la vita vera. O l’alternanza lettura-verità: ogni tanto devi chiudere il libro e aiutare la mamma a sparecchiare o il babbo a cambiare la lampadina. Invece la forza del film o del libro sta nel credere che siano di per sé uno strumento conoscitivo capace di reinserirti nella realtà in modo più consapevole e irrobustito. Come diceva una vecchia campagna della sinistra contro gli spot della tv berlusconiana, “non si interrompe un’emozione”. Lo si capisce se si pensa che la parola latina “studium” significa “passione”, tensione ardente verso qualcosa che ami profondamente. Non sgobbo coatto per avere un pezzo di carta che ti permetta di guadagnare abbastanza. Ma è proprio perché la scuola ormai è intesa così da tutti che nascono mostruosità come l’alternanza scuola-lavoro, in una rincorsa nevrotica a inglobare nella scuola ogni attività del reale, cominciata con i crediti extra-scolastici e finita con il far coincidere la scuola con il mondo intero. Per questo motivo proponiamo al Quijote le alternanze lavoro-pensione e vita-morte per tutti i cittadini, che dovranno trascorrere una settimana l’anno seduti su una panchina del parco a sputare per terra e a imprecare contro i politici ladri e un’altra ben composti in una bara al cimitero. Non come filosofico memento mori, ma come ultimo fondamentale tassello che completi questa inquieta smania di abbracciare, proiettandosi continuamente verso il futuro, ogni aspetto dell’esistenza terrena

Fabio Canessa
(preside del liceo olistico “Quijote”)

L’unico risultato sarà quello di spezzare il ritmo di studio, disperdere la concentrazione, vanificare la costanza dell’impegno scolastico
(da ASINELO editoriale di Fabio Canessa)
da Non uno di meno (1999) diretto da Zhāng Yìmóu

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