AUTODENUNCIA


Editoriale del 23 marzo 2020

Vi capita mai di pensare che un successo lavorativo sia immeritato, un colpo di fortuna, un terno al lotto? E di temere che gli altri si accorgano che è un caso e che siete meno intelligenti e preparati di quanto si creda? E di non dormire la notte al pensiero che prima o poi questo bluff verrà scoperto e il mondo si accorgerà della vostra mediocrità, faticosamente camuffata dietro discorsi brillanti ed entusiasmo di facciata? Se vi riconoscete avete la sindrome dell’impostore. Teorizzata nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imez, la sindrome dell’impostore, primo passo verso depressione, disturbi del sonno e attacchi di panico, si manifesta in casi in cui competenza e intelligenza che portano a risultati positivi (e ripetuti) non sono sufficienti a rassicurare il soggetto rispetto al proprio valore. Al contrario, lo gettano nello sconforto perché convinto di essere, prima o poi, smascherato. Colpisce il 70 per cento della popolazione, le donne più degli uomini. Il malato tipo è diligente, perfezionista e insicuro. Accumula titoli e specializzazioni che portano ulteriori riconoscimenti e proprio questi aggravano la sensazione di truffare il prossimo. Ne soffrono i quarantenni, in particolare. In ambito accademico un’epidemia. Strano. Non ho letto da nessuna parte che la precarietà e la svalutazione del lavoro come metodo di controllo e conservazione del potere possano avere un impatto sull’auto percezione (negativa) degli equilibristi della carriera. Non mi sembra di aver sentito dire che la questione è politica e a forza di stare buoni a imparare (mentre si fanno esperienze che i maestri neanche in sogno) si possa iniziare a dubitare delle proprie capacità. Perché ci si ripete che chi sta in alto lo merita e chi non ci arriva non è in grado, semplicemente. E se sfiora la gloria è solo una gran botta di culo. Di peggio c’è solo l’effetto Dunning-Kruger: essere talmente incompetenti da ritenersi illusoriamente molto più dotati e intelligenti degli altri. Io preferisco la sindrome dell’impostore, anche se dopo questo editoriale, che avrebbe dovuto scrivere qualcuno più esperto di me in materia, a Martinez sembrerà evidente che non sono capace e mi caccerà. Apposta mi firmo “precaria”.

Eva Garau (Precaria di Aristan)

Teorizzata nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imez, la sindrome dell’impostore, primo passo verso depressione, disturbi del sonno e attacchi di panico, si manifesta in casi in cui competenza e intelligenza che portano a risultati positivi (e ripetuti) non sono sufficienti a rassicurare il soggetto rispetto al proprio valore (da AUTODENUNCIA, editoriale di Eva Garau)

da Tototruffa 62 (1961) diretto da Camillo Mastrocinque, con Totò e Nino Taranto

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