COME BANFI


Editoriale del 27 gennaio 2018

Oggi sono stata una giornata intera al borgo di Tragliata, non lontano da Roma. Si presentavano i corsi del nuovo semestre agli studenti americani appena arrivati in Italia. Ogni anno mi preparo in anticipo: obiettivi, metodologia, programma, aspettative. Questa volta è stato più semplice. Ho deciso di cenare fuori e dormire fino a tardi, senza preparare nessun discorso, neanche uno straccio di power point. Ho deciso di portare un sorriso, invece. Basta con questi atteggiamenti da plurilaureati. Un sorriso è il veicolo migliore per trasmettere qualunque conoscenza. L’ha detto Lino Banfi al momento della sua nomina come volto dell’Italia all’Unesco. Appena l’ho saputo ho storto il naso. Ma poi mi sono convinta di essere una radical chic, un’aspirante intellettuale rinchiusa nella torre d’avorio. Mi sono convinta leggendo sui social l’indignazione di chi si è scandalizzato non della nomina ma della reazione scomposta. Così l’intellighenzia ha preso a dire che non c’è niente di spregevole in Banfi, che i professoroni con la loro arroganza non trasmettono niente, che Banfi è una brava persona. Viviamo in un tempo in cui bisogna giustificare i propri titoli di studio, sminuirli, trattarli come incidenti del caso. Essere brave persone nonostante la laurea, figurarsi il dottorato. Così ho giurato di essere d’accordo: vale l’esperienza, la vita vissuta, al diavolo i libri. Volevo proprio che si capisse che sono una persona affidabile e sincera e amica del popolo, nonostante la corruzione di anni di studio. Mi sono salvata. Ho detto a gran voce, tra gli amici tutti plurilaureati, che i certificati sono carta straccia, che Banfi può insegnarci tanto e può negarlo solo chi si trincera dietro occhiali e paroloni. Stavo fingendo, per salvare la faccia. Io che cosa ci faccia Banfi all’Unesco non lo capirò mai. Forse ho studiato troppo e mi sfugge il senso. Tipo, mi viene da dire che è colpa della caduta dal muro di Berlino e della fine delle ideologie, mi viene da dire che l’anti-intellettualismo di stampo anglosassone ormai ha preso piede anche da noi. Che gli intellettuali – chi? – ormai sono specialisti che non si prestano ad analisi di ampio spettro, sono tecnici che parlano una lingua sconosciuta e per pochi. Finiti i Sartre, insomma. Invece l’umiltà va di moda. L’importante è l’educazione. Con il sorriso si va ovunque. Anche all’Unesco. Un “porca puttena” ci seppellirà.

 

Eva Garau (Precaria di Aristan)

Un “porca puttena” ci seppellirà (da COME BANFI – Editoriale di Eva Garau)

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