C’è “CLASSE”, E ‘CLASSE? E ANCORA «CLASSE»


Editoriale del 5 febbraio 2020

 

Da quando sono arrivato nella mia nuova scuola — scrive su Facebook il preside dell’istituto Giacomo Leopardi di Sant’Antimo, in provincia di Napoli — mi sembra di essere precipitato nel Sudafrica dell’apartheid. Alcuni genitori, ma anche alcuni professori, gli avrebbero chiesto di separare i ricchi dai poveri, creando classi per i figli dei professionisti e altre per quelli degli operai. Una discriminazione inaccettabile, più che mai in una scuola pubblica, la cui missione dovrebbe consistere nel garantire a tutti le stesse opportunità di partenza.

Le parole delle lingue naturali sono, come si sa, polisemiche, hanno cioè in genere significati diversi.

Quei genitori evidentemente non se ne rendono conto, e confondono la “classe”, intesa come insieme degli alunni che a scuola frequentano lo stesso corso e stanno nella stessa aula, con la ‘classe’, che indica una fascia di popolazione con una specifica connotazione economica e sociale, con interessi e cultura comuni, e che è sinonimo di ceto. Di quei genitori mi sembra di poter dire che sono privi di «classe», nel significato questa volta di stile e di sapersi comportare con signorilità ed eleganza. Per capire la distinzione semantica tra queste diverse accezioni della medesima parola li invito a leggere il dialogo tra ‘o Marchese e don Gennaro ‘o muorto poveriello’ nella poesia più amata di Totò, ‘A livella. Al Marchese che gli dice:

Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!

La casta è casta e va, si, rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava, si, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!”.

A morte, gli risponde don Gennaro, ‘o ssaje ched”e?… è una livella.

Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssenti… nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino – che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie… appartenimmo à morte!”

Silvano Tagliagambe (Iconologo di Aristan)

 

Per capire la distinzione semantica tra queste diverse accezioni della medesima parola li invito a leggere il dialogo tra ‘o Marchese e don Gennaro ‘o muorto poveriello’ nella poesia più amata di Totò, ‘A livella (da C’è “CLASSE”, E ‘CLASSE? E ANCORA «CLASSE» – Editoriale di Silvano Tagliagambe)

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