C’ERA UNA VOLTA IL WESTERN


Editoriale del 24 agosto 2021

Il western è stato per il cinema quello che la Chanson de Roland fu per la letteratura medievale: il primo genere popolare e il sogno di un mito scomparso. Sul set di “L’assalto al treno”, girato da Edwin Porter nel 1903, un gruppo di pellerossa, ignorando che si trattasse di una finzione, chiamò lo sceriffo che intervenne trafelato e si stupì di trovare, a ciak concluso, i banditi che chiacchieravano piacevolmente con i viaggiatori. Fu il prototipo di una lunga e fortunata serie di film che rievocava nella fantasia degli spettatori, stressati delle città del mondo industriale, l’epopea eroica di un passato leggendario e ormai lontanissimo. Il western nacque dunque come ricerca del tempo perduto, rimpianto nostalgico di un clima epico, nutrito di valori rozzi ma sani, fatto di violenza e lealtà, emblemi di una vita dura e generosa: la celebrazione di uomini forti, alla conquista dell’Ovest, che fondarono le radici del Nuovo Mondo ed edificarono una nazione lottando contro fuorilegge e pellirosse. Fascino che si moltiplicò per lo spettatore europeo, che vi aggiunse l’esotismo selvaggio di terre lontane, coi loro spazi immensi (sconosciuti oltre l’Atlantico) percorsi da cowboys col cavallo e la pistola. Dal muto di Tom Mix e Griffith si passò agli insuperabili capolavori di John Ford, che rese universale la Monument Valley di “Ombre rosse” con le psicologie di personaggi umanissimi, le avventure e i sentimenti dei buoni e dei cattivi. Per arrivare, col tempo, al cinema civile che prese le difese degli indiani e rivelò di che lacrime grondi e di che sangue la leggenda della nascita della nazione americana, fino a diventare, con “Gli spietati” di Clint Eastwood, lo specchio dei dubbi e delle ansie dell’uomo moderno, alla ricerca di valori. Il talento di Sergio Leone cominciò proprio con l’adorazione dei modelli americani (quasi come l’americano a Roma di Alberto Sordi), di cui diventò un interprete e un manipolatore così ossessionato da giocare con i meccanismi e gli stereotipi del genere, esaltando la ritualità dei duelli, il feticismo con cui la macchina da presa accarezza fucili e revolver, le porte a soffietto dei saloon: enfatizzandone i tempi, con estenuati rallentamenti di attesa e fulminanti sparatorie (si veda lo strepitoso inizio di “Il buono, il brutto e il cattivo”), celebrandone cliché e luoghi comuni, con una freschezza e una convinzione che spronò il montaggio narrativo, rese omaggio alle location più classiche e spruzzò su tutto il respiro epico delle immortali musiche di Ennio Morricone. Gli spaghetti western, di cui Leone fu un Omero dotato di ironia e la coppia Bud Spencer e Terence Hill costituì l’apice, spopolarono anche negli Stati Uniti e i registi americani cominciarono a copiare Leone che aveva copiato gli americani, in precario equilibrio tra omaggio e parodia. Dopo il Quentin Tarantino di “Django”, il filone sembrava esaurito. Ora, in questo timido inizio di stagione cinematografica, ecco arrivare in punta di piedi “Uno di noi”, con Kevin Costner e Diane Lane. Annunciato come un western crepuscolare coi protagonisti anziani, sarà il requiem malinconico e disertato dal pubblico di un genere ormai irrimediabilmente tramontato.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“Annunciato come un western crepuscolare coi protagonisti anziani, sarà il requiem malinconico e disertato dal pubblico di un genere ormai irrimediabilmente tramontato.”
Da C’ERA UNA VOLTA IL WESTERN – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

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