CHENTU CONCAS, CHENTU BERRITAS (cento teste cento berretti)


Editoriale del 26 marzo 2021

C’è una frase distintiva del carattere dei sardi e della loro impostazione culturale e comportamentale: “Chentu concas, chentu berrittas”. Per dire che ognuno la pensa a modo proprio, vuole distinguersi per forza, ed è diffidente se si tratta di accogliere le istanze e le opinioni altrui.
Non solo ci teniamo ad avere un personale concetto, ma teniamo ad averlo diverso da quello degli altri. Sappiamo insomma di avere cento teste e cento berritte, e non ce ne preoccupiamo affatto.
Difficilmente in una conferenza tenuta da un sardo di fronte a dei sardi sentirete dire “Tutti sanno che…” – “Siamo concordi nell’affermare…” – “Sarà facile trovare una linea comune”, perché si sarebbe immediatamente contraddetti da qualcuno che la pensa a modo suo, diversamente. L’accezione negativa della frase proviene dal fatto che se tutti hanno agio di dir il proprio parere si avrà una miriade di fesserie strampalate che farebbero perdere solo molto tempo. Mentre invece la diversità di modi di vedere un problema può significare, nella ricchezza dei vari contributi, crescita e approfondimento. O anche revisione.
Il discorso cambia quando ci si riferisce alle riunioni di condominio, dove basta una sola testa con una berritta particolare perché non se ne esca più.
In qualche caso questa differenza di vedute, portata avanti in maniera manichea e intransigente ha portato alla partenogenesi tipica di gruppi teatrali, gruppi folk, corali, società calcistiche. Bastava una disparità di vedute, un alterco banale, condito dalla famosa permalosità sarda, e uno dei contendenti sbatteva la porta e fondava un altro gruppo, che poi dava luogo in seguito a un’altra discussione a un altro gruppo, sino al caso clamoroso di una corale, che a furia di scindersi in più gruppi per questioni insanabili e differenza di vedute, ha dato luogo nel corso di anni a 25 cantanti solisti molto apprezzati.
Un mio paesano veniva chiamato “Conca bi chere” (ci vuole testa), e io faccio mia la sua constatazione: ci vuole testa e avendola, importa come la si usa, e quindi ognuno avrà la propria berritta, nera, marron, piegata, spostata, rigida, sgualcita, e anche sudata.
Se una diversità esiste bisogna trovare il modo che si contemperi e coesista nella mediazione e nella non rinuncia alle varie ricchezze. Perché il problema sta proprio nel divaricamento e la contrapposizione sorda delle varie tesi.
Immaginatevi un posto, un’associazione, un gruppo, dove tutti la pensino allo stesso modo e si sentano da questo rassicurati e appagati. Sarebbe una gran noia intellettuale e umana. Che non porterebbe a nessun miglioramento. Se avete da obiettare tenetevelo per voi, altrimenti non la finiamo più. Un insegnamento di un mio grande prof. di filosofia: prima di inoltrarci in una discussione mettiamoci d’accordo sul significato che diamo a un certo termine. Fosse anche un termine facile come democrazia.

Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

“Bastava una disparità di vedute, un alterco banale, condito dalla famosa permalosità sarda, e uno dei contendenti sbatteva la porta e fondava un altro gruppo, che poi dava luogo in seguito a un’altra discussione a un altro gruppo, sino al caso clamoroso di una corale, che a furia di scindersi in più gruppi per questioni insanabili e differenza di vedute, ha dato luogo nel corso di anni a 25 cantanti solisti molto apprezzati.”
Da CHENTU CONCAS, CHENTU BERRITAS (cento teste cento berretti) – Editoriale di Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

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