CHI HA PAURA DI SQUID GAME?


Editoriale del 23 novembre 2021

Qual è il segreto del successo di “Squid Game”, la serie più vista su Netflix, più amata dalle giovani generazioni e più criticata da polemiche social e non social? È il segreto di ogni opera di fiction ben fatta: idea di base ottima, sceneggiatura di ferro, molteplici livelli di lettura, montaggio serrato, interpretazione superlativa di tutti gli attori, scenografie e costumi da produzione di lusso, potente capacità di emozionare. Indovinate un po’ perché ha avuto questo gran successo. La verità è che da Kim Ki-duk e Bong Joon-ho (“Parasite”) in poi, nel cinema coreano troviamo tutto quello che in passato cercavamo in quello americano e occidentale in genere, oggi assai infiacchito. Per esempio la costruzione di una rappresentazione del mondo in sintonia con la realtà attuale, la capacità di esprimerla con ingredienti della contemporaneità e di strutturarla con una sapiente miscela di generi, secondo la ricetta della postmodernità. “Squid game” è un pozzo di San Patrizio che attinge dal reality e dall’horror alla “Saw”, dal cinema impegnato di Ken Loach e dai giochi della playstation, con sottotrame che spruzzano qua e là condimenti di spy story alla 007 e di teen movie stile “Hunger games”, di neorealismo sociale e di incubo splatter. Il tutto corredato da musiche soavi (i valzer di Strauss o “Fly me to the moon”) felicemente stridenti con quelle tremende mattanze. Insomma, una confezione perfetta per una storia avventurosa e avvincente, certo crudissima e ultraviolenta come i nostri tempi richiedono. I perbenisti che la vorrebbero proibire ai giovani per motivi morali sono così citrulli da non capire che l’assunto è eticamente cristallino: una denuncia della cultura dello scarto, della morte della solidarietà, dell’arrivismo, del consumismo, della regola ‘mors tua vita mea’ che presiede alla società capitalista, talmente forte e chiara da mettere d’accordo la morale cristiana di papa Francesco e l’intera gamma del pensiero di sinistra, sia i marxisti che i fautori della decrescita felice. La perplessità casomai è se sia il caso di educare al gusto un piccino partendo da sensazioni così forti: se comincia con l’estrema ferocia di una serie del genere, con quali prodotti potrà continuare? C’è il rischio che “Squid game”, come diceva al cuoco il tizio che presentava l’”Almanacco del giorno dopo” in Rai tanti anni fa, gli ammazzi il sapore di qualsiasi futuro ingrediente dell’immaginario. E che i bambini svezzati dal sadismo spettacolarizzato facciano la fine del neonato di quella barzelletta il quale viene portato dai genitori all’ospedale in gravi condizioni per aver bevuto due bicchieri di Chianti. Al medico che urla scandalizzato chi fosse il pazzo che aveva fatto bere il vino rosso a un bambino di un anno, il padre risponde serafico che, visto che la mamma gli aveva dato da mangiare il cinghiale in umido, lui mica gli poteva far bere il vino bianco.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“Il tutto corredato da musiche soavi (i valzer di Strauss o “Fly me to the moon”) felicemente stridenti con quelle tremende mattanze.”
Da CHI HA PAURA DI SQUID GAME? – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

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