CI VORREBBE UN PO' DI COREA


Editoriale del 16 febbraio 2021

Chick Corea era uno dei più grandi musicisti contemporanei. La sua essenza era in diretto contatto con i tasti del pianoforte: le note che uscivano non erano suonate da uno che si impegna a comporre o riprodurre un brano, ma si snocciolavano con naturalezza quasi fossero emanazione spontanea della sua personalità. Come ognuno di noi fa trasparire se stesso attraverso la voce che ha, i gesti che fa e il modo di muoversi, di guardare o di sorridere, il medesimo rapporto c’era tra la personalità di Chick Corea e il pianoforte. E la personalità di Chick Corea era multiforme, eclettica, eppure riconoscibile all’orecchio come poche. Giusto il sax di Sonny Rollins e la tromba di Chet Baker sono identificabili allo stesso modo anche da chi non sia campione del Blindfold Test (ascoltare un pezzo senza sapere chi suona e indovinare i nomi dei musicisti). Perfettamente a suo agio in ogni contesto, carico di swing e di ritmo, ha attraversato la storia della musica rimanendo se stesso e contribuendo a creare capolavori con i più vari artistoni di ogni genere. Cominciò con Cab Calloway, il mitico re del Cotton Club che tutti voi avete visto da vecchio nei Blues Brothers (cantava “Minnie the moocher”), poi è passato dalla musica classica al jazz di tutti i tipi approdando alla fusion, al pop e alla canzone italiana. Ha inciso un centinaio di dischi, metà a suo nome, l’altra metà con l’intero orbe musicante. Ha suonato il jazz mainstream negli anni Sessanta e poi con Miles Davis nei Settanta in quel capo d’opera che è “Bitches brew”, ha duettato con Herbie Hancock, Keith Jarrett e il nostro Stefano Bollani, ha sperimentato l’avanguardia più complessa e cerebrale con il grande Anthony Braxton, ha dialogato con la chitarra di Pat Metheny e la voce scat di Bobby McFerrin, ha impreziosito col tocco magico del suo piano due album degli amici italiani Pino Daniele (“Che Dio ti benedica, 1993) e Adriano Celentano (“Per sempre”, 2002), ha inciso un disco mozartiano insieme alla London Philarmonic Orchestra. Un talento di qualità stellare, un pianismo virtuoso ma affabile, non nevrotico come il sublime Keith Jarrett né introverso fino a intorcinarsi in un loop di note come Brad Mehldau, bravissimo ma che a volte te ne vorresti andare lasciandolo lì a cuocere nel suo brodo di ossessive elucubrazioni. Dagli anni Ottanta a oggi, l’ho applaudito sul palco di Umbria Jazz una decina di volte, sempre con emozioni nuove e sonorità così intense e trascinanti che avrei voluto che il concerto non finisse mai. Invece ora purtroppo è finito. “Ci vorrebbe un po’ di Corea”, come dicevano i vecchi, memori della guerra degli anni Cinquanta, per rimproverare i giovani viziati di sessant’anni fa.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote ad Aristan)

“Perfettamente a suo agio in ogni contesto, carico di swing e di ritmo, ha attraversato la storia della musica rimanendo se stesso e contribuendo a creare capolavori con i più vari artistoni di ogni genere.”
Da CI VORREBBE UN PO’ DI COREA – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote ad Aristan)

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