CORONAVIRUS, IL DESERTO DEI TARTARI


Editoriale del 6 febbraio 2020

 

A 8000 chilometri di distanza dal suo epicentro l’epidemia di coronavirus 2019-nCoV spaventa non tanto per le crescenti dimensioni o per la gravità dell’infezione che qualcuno si azzarda ad affermare non sia poi così pericolosa (però i governi, l’OMS e tutte le altre agenzie che si occupano di salute si mantengono estremamente cauti), quanto per il suo aspetto distopico. Non sono pochi gli scienziati che avvertono che le epidemie di coronavirus andranno intensificando la loro frequenza nei prossimi anni, anche a causa dei cambiamenti climatici. Mentre scrivo (4 febbraio) la Cina continua ad affrontare il problema in maniera estremamente seria: oggi ha imposto la pena di morte per gli untori e il carcere per chi diffonde notizie false; tiene segregate decine di milioni di persone a fronte di un numero relativamente elevato di malati e di morti, nonostante la sua economia stia andando in malora. Peraltro vorrebbe che il resto del mondo non si spaventasse troppo, qualcosa ci sfugge. In Italia, dove viceversa non è in atto nessuna epidemia di coronavirus (due soli casi accertati, una coppia di turisti cinesi) si vive pretendendo che ci sia. In attesa che arrivi il nemico da qualche frontiera sbarrata ma porosa, ogni mascherina è stata indossata, ogni esperto interpellato, ogni porta chiusa, ogni evenienza prevista, ogni compito assegnato, regione per regione, ospedale per ospedale. Tutto è sotto controllo. E nelle scorse settimane, è stato tutto un battersi il petto per quanto è efficiente la Sanità in Italia e per quanto sono bravi i nostri ricercatori, nonostante tra loro vi sia un esercito di precari sottopagati. Così, visto che mancano gli infetti, invece di limitarsi a comunicare i casi confermati (due!), è stato continuamente aggiornato il numero dei casi sospetti e di quelli probabili, generando un’incredibile epidemia di paura e di razzismo e intolleranza nei confronti dei cinesi, anche di quelli che dal loro paese mancano da una vita. Se consideriamo questa una prova generale di quanto ci riserva il futuro, speriamo che alla prossima epidemia il ministro o l’assessore alla sanità di turno non ci informino di quante persone hanno una tosse sospetta, altrimenti pretenderemo anche di sapere quanti si presentano al pronto soccorso con la diarrea pur non avendo il colera e quanti sono quelli con l’acne che non hanno il vaiolo.

 

Marco Schintu

(Ufficio pesi e misure di Aristan)

 

“In attesa che arrivi il nemico da qualche frontiera sbarrata ma porosa, ogni mascherina è stata indossata, ogni porta chiusa, ogni muro sollevato, ogni evenienza prevista, ogni compito assegnato, regione per regione, ospedale per ospedale.” (da CORONAVIRUS, IL DESERTO DEI TARTARI – Editoriale di Marco Schintu)

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