CORSI DI LETTURA E SCRITTURA


Editoriale del 9 ottobre 2020

Ogni tanto vedo pubblicizzato un corso di scrittura. Evidentemente c’è chi pensa di poter accedere con un ciclo di lezioni ai segreti della scrittura. Il corso spesso viene tenuto da uno che non ha mai scritto un romanzo, però sa come va scritto: senza errori di doppie, senza ripetizioni, diversificando gli a capo, con una trama dove succeda qualcosa, che chiamano plot. Molto importante il titolo, e un finale a effetto.
A scuola gli insegnanti correggono, a casa, con matita bicolore, e ti dicono come vada scritta quella certa frase in perfetto italiano, come se ci fosse un solo modello di frase, depositato presso l’Accademia della Crusca. Non sono ammesse forzature stilistiche. Joyce sarebbe stato bocciato, almeno quello dell’Ulisse, Sterne pure, lui in ogni caso. Una volta mio figlio mi portò il compito dove l’insegnante del liceo gli aveva scritto una frase per correggere la sua sbagliata. Io corressi a mia volta più sotto e l’insegnante se la prese. Troppo per non rivelare anche altro, e glielo dissi in un colloquio tempestoso, in perfetto italiano parlato.
Immaginate un alunno che immetta nel suo elaborato una parola sarda come fa Niffoi, o una espressione gergale nel caso di un discorso diretto. Per non parlare della virulenza metaforica. Sarebbe come dire: voglio l’insufficienza. Oppure voglio trasgredire, o non so di farlo.
Ci sono poi anche i progetti di lettura, definita spesso di lettura creativa, perché quella semplice la si fa già, coordinati spesso da un o una insegnante che non legge libri, ma vuole inculcare negli alunni la difficile (lei lo sa bene) passione per la lettura. Come se un corso di tennis venisse tenuto da uno che non supera due turni in un torneo qualsiasi.
Chiaramente si tratta di casi isolati, però destano ugualmente scalpore, come se un carabiniere prendesse di nascosto una scatola di tonno al supermarket.
La frequentazione di questi corsi vale in se stessa, nel rilascio di un attestato, garantisce a priori, come quelli che dicono di essere stati allievi di Eugenio Barba o Pina Baush per dirne due. Del resto come puoi in tre giorni.
Tutto quanto detto, ovviamente deve tener conto che per scrivere si deve avere anche qualcosa da dire, da dire in maniera originale. Un bel tacer non fu mai scritto. E nemmeno insegnato.

Nino Nonnis (Sa cavana [la roncola] di Aristan)

“Immaginate un alunno che immetta nel suo elaborato una parola sarda come fa Niffoi, o una espressione gergale nel caso di un discorso diretto.”
Da CORSI DI LETTURA E SCRITTURA – Editoriale di Nino Nonnis (Sa cavana [la roncola] di Aristan)

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