CRISTALLO DI ROCCA


Editoriale del 24 dicembre 2019

La notte della vigilia di Natale, sulle montagne austriache, due bambini attraversano i pochi chilometri che separano il loro villaggio da quello dove abita la nonna, che vogliono visitare per farle gli auguri. La bellezza del bosco, dai paesaggi familiari, li incanta al punto da sembrare di essere dentro una fiaba edificante stile Heidi, che celebra lo stupore dell’infanzia di fronte allo spettacolo meraviglioso di una natura in perfetta sintonia con l’uomo. Ma una brutta sorpresa li attende la sera. Trasformato da una tempesta di neve, il paesaggio, amico all’andata, si rivela al ritorno una trappola mortale. Corrado e Sanna si smarriscono in un labirinto di ghiaccio. La natura diventa una prigione estranea e impenetrabile, all’interno della quale è impossibile orientarsi: nei sublimi e terribili ghiacciai della Boemia “sembrava esservi una profusione di luce, eppure non si riusciva a vedere a tre passi di distanza; tutto era immerso, se così si può dire, in un’unica tenebra bianca”. Nel frattempo i genitori, non vedendo i figli rincasare, si allarmano e tutto il villaggio viene coinvolto, proprio nella notte magica della nascita di Gesù Bambino, alla ricerca dei due dispersi. I quali continuano incessantemente a camminare a vuoto “con la tenacia e il vigore che hanno i bambini e gli animali, perché non sanno ciò che li attende e quando le loro energie saranno esaurite”. Mentre Corrado e Sanna diventano due “puntini minuscoli” in mezzo ai “blocchi immensi” innevati, il calzolaio del paese guida la spedizione, perché conosce le impronte di tutti gli abitanti. Essendo lui l’artigiano che le ha costruite, può affermare a proposito di certe orme che “non sono di scarpe di mia lavorazione”. Il lieto fine vedrà il miracoloso ritrovamento dei due fratellini sfiniti e il festeggiamento di un Natale speciale, ma quello che conta è il valore simbolico di una natura duplice, molto romantica, che mostra, nel giro di poche ore, i suoi due volti: l’uno dolce e disneyano, l’altro infido e inquietante. Tra il candore abbagliante dei ghiacciai e le caverne di quella “tenebra bianca” si gioca la partita mortale del rapporto tra l’uomo e una natura insieme bellissima e crudele, dalla potenza ambivalente. Ogni 24 dicembre ripenso a questo capolavoro di Adalbert Stifter (1805-1868), noto agli studenti austriaci quanto Manzoni a quelli italiani, e, se riuscite a procurarvelo, nelle splendide traduzioni di Gabriella Bemporad, Gianni Bertocchini o Paola Capriolo, “Cristallo di rocca” è il racconto perfetto per festeggiare il Natale, celebrando la grandiosità di una natura che affascina e sgomenta. Almeno quanto la nascita di Dio.  

 

Fabio Canessa

Preside del Liceo Olistico Quijore di Aristan

 

“Cristallo di rocca” è il racconto perfetto per festeggiare il Natale, celebrando la grandiosità di una natura che affascina e sgomenta. Almeno quanto la nascita di Dio (da CRISTALLO DI ROCCA – Editoriale di Fabio Canessa)

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