IL CATTIVO PROFETA


Editoriale del 10 aprile 2018

Il titolo è pessimo, ma il libro è imperdibile. “Il cattivo profeta” (probabilmente intendevano scrivere “Il profeta cattivo”, ugualmente infelice ma più sensato), edito da Il Saggiatore, raccoglie meritoriamente l’opera omnia di Luciano Bianciardi (1922-1971). Le 1600 pagine faranno la gioia di tutti i fan di Bianciardi e, soprattutto, di coloro che non lo hanno ancora letto. Ribelle anarchico e sensibile, Bianciardi è uno degli scrittori più originali, amari e insieme divertenti della seconda metà del Novecento. Un autore che ha contribuito a liberare la narrazione dagli schemi tradizionali, firmando libri sganciati dalla tradizione nostrana e fuori da ogni clan intellettuale del tempo. Ex insegnante di liceo, bibliotecario e operatore culturale nella Grosseto degli anni Cinquanta, fuggì dalla Maremma per trasferirsi nella Milano del boom economico, dove svolse il mestiere dell’anti-giornalista. Rifiutata l’offerta di Indro Montanelli, che lo voleva collaboratore del Corriere (troppo borghese per i suoi gusti), Bianciardì preferì il ruolo di critico televisivo di riviste come il Guerin Sportivo, Le Ore e Playmen (le più reiette dell’epoca). Traduttore di circa trecento libri di letteratura inglese e americana (da Henry Miller a William Faulkner), redattore della Feltrinelli, narratore colto e scanzonato, è un piacere rileggerlo adesso nella raccolta, in ordine cronologico, della sua nutrita bibliografia. A partire dall’esordio, in coppia con l’amico Carlo Cassola, di quella memorabile inchiesta giornalistica che fu “I minatori della Maremma”, passando poi per i pamphlet “Il lavoro culturale”, spassosissimo ritratto della provincia pseudocolta del dopoguerra, in una Grosseto che sembra Kansas City, fra cineclub, jazz e conferenze, e “L’integrazione”, ironica meditazione sul ruolo dell’intellettuale attenta ai dettagli della realtà e ai tic linguistici dell’epoca. Per arrivare infine al suo capolavoro, “La vita agra”, uno struggente romanzo notturno di trasparente ispirazione autobiografica sulla storia di un anarchico che arriva a Milano per vendicare la strage della miniera di Ribolla facendo saltare in aria il Torracchione sede dell’industria, simbolo del capitalismo e dell’ingiustizia, ma finisce integrato dall’alienante vita della città. L’assurdità del vivere, l’incapacità di adattarsi a una società omologata, egoista e insensata, la sfiducia nel futuro sono raccontati con uno sperimentalismo narrativo e linguistico aperto alle digressioni e alla frantumazione del testo. Per “Aprire il fuoco” (come si intitola il suo ultimo bellissimo romanzo) di carta contro un mondo inautentico. Si segnalano inoltre quella gustosissima fenomenologia del viaggio che è “Viaggio in Barberia” e molti testi curiosi e innovativi sul Risorgimento. Il tutto accompagnato da uno straordinario senso dell’umorismo, da un’intelligenza lucidissima, da un erotismo gioioso e liberatorio e da riflessioni politiche che anticipano di mezzo secolo i travagli di quella sinistra di cui si sentiva parte, che il tempo ha provveduto a complicare. Con una robusta dose di disincanto e la cifra stilistica di un talento da fuoriclasse. 

 

Fabio Canessa

Preside del Liceo Olistico Quijote

Ex insegnante di liceo, bibliotecario e operatore culturale nella Grosseto degli anni Cinquanta, fuggì dalla Maremma per trasferirsi nella Milano del boom economico, dove svolse il mestiere dell’anti-giornalista. (da IL CATTIVO PROFETA, editoriale di Fabio Canessa)

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