DAL MUSICAL RISORGE IL CINEMA


Editoriale del 28 febbraio 2017

Se risorge il musical, risorge il cinema. E il verdetto degli Oscar conferma l’ottimo stato di salute di questa stagione cinematografica. Per una volta, l’elenco delle opere premiate può essere usato dagli spettatori come una guida affidabile per scegliere il film da vedere nelle serate libere. A cominciare dallo strepitoso “La La Land” (6 Oscar): un capolavoro di cinema purissimo, che racconta la storia d’amore tra un’aspirante attrice in cerca del provino fortunato e un pianista in bolletta che sogna di aprire un jazz club. Siccome i cinema chiudono e il jazz sembra passato di moda, il film è un elogio dei sognatori e un omaggio a chi si ostina a credere nell’arte, confezionato come un musical sofisticato e popolare, vintage e modernissimo: coreografie spettacolari, musiche trascinanti e scenografie coi fiocchi, mentre Gosling e la Stone cantano e ballano come ai tempi di Fred Astaire e Ginger Rogers. Per continuare con “La battaglia di Hacksaw Ridge” (2 Oscar), un kolossal di guerra emozionante e mozzafiato, basato sulla storia vera del primo obiettore di coscienza, Desmond Doss, che partecipò come soccorritore alla battaglia di Okinawa salvando 75 soldati senza mai toccare un’arma. Un bel filmone dal respiro epico, come si facevano una volta, girato da un Mel Gibson che sembra Clint Eastwood, per l’accurata ricostruzione d’epoca, la robusta celebrazione dell’eroe americano (in conflitto tra coraggio virile e pacifismo come antidoto alla violenza) e la capacità di comunicare allo spettatore, attraverso la carneficina dei corpi, gli strazi dell’anima. Per dare un colpo al cerchio dell’arte e uno contro la botte di Donald Trump, Hollywood ha fatto una scelta antihollywoodiana premiando come miglior film “Moonlight” (3 Oscar), la storia di un nero poverissimo senza padre (e la madre è una prostituta tossica), vittima dei bulli a scuola, omosessuale e pure spacciatore. Anche qui, niente paura, perché il film è girato a regola d’arte e, più che una denuncia sociale, è uno scandaglio assorto e rarefatto della formazione di un’identità (colta nelle condizioni peggiori), sempre incerta, ambigua e contraddittoria come la vita impone. E, ancora per andare in controtendenza rispetto al muro trumpiano del Messico, un Oscar se l’è aggiudicato un titolo emblematico come “Barriere”: quelle tra i rapporti umani nella Pittsburgh anni Cinquanta, quelle tra neri e bianchi e quelle all’interno della famiglia, tra padri e figli e tra coniugi (simboleggiate dallo steccato che un netturbino di colore costruisce in cortile). Non va trascurato neppure “Manchester by the sea” (2 Oscar), dolente elegia sulla difficile elaborazione del lutto, soprattutto se aggravato dai sensi di colpa. Ne sa qualcosa l’inquieto Casey Affleck, costretto a tornare nella natia Manchester per la morte del fratello, che lo ha nominato tutore del giovane figlio. Lo zio si sente inadeguato al ruolo e una serie di flashback, disseminati per l’intero film, ci spiegheranno il perché. Anziché privilegiare il virtuosismo retorico fiorone, stavolta l’Oscar è andato a un attore biacco, che lavora per sottrazione, facendo emergere sottopelle le tempeste che devastano l’anima.

Fabio Canessa
(preside del liceo olistico “Quijote”)

Gosling e la Stone cantano e ballano come ai tempi di Fred Astaire e Ginger Rogers.
da Cappello a cilindro (1935) diretto da Mark Sandrich, con Fred Astaire e Ginger Rogers

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