DALLA PANDEMIA ALLA POESIA


Editoriale del 14 aprile 2020

Le pandemie furono per Francesco Petrarca causa di neri lutti e fonte di luminosa ispirazione. Nella peste del 1348 perse la famosa Laura e in quella del 1361 il figlio Giovanni e l’amico Francesco Nelli. La prima calamità produsse il Canzoniere e le Lettere Familiari, dalla seconda presero le mosse le Lettere Senili, il cui destinatario era appunto il Nelli. Sarà anche per questo che, se si dovesse sintetizzare con un’etichetta (operazione sempre esecrabile) la poetica di Petrarca, lo si potrebbe definire all’ingrosso, pur senza pretendere di esaurirne la complessità, poeta della ricerca interiore. Sperimentata l’azione devastatrice dell’epidemia e la condizione effimera delle nostre fragili vite, convinto di dover scrivere non per i suoi contemporanei ma soprattutto per i posteri, ha voluto lasciare con l’intero corpus delle sue opere il profilo di un intellettuale che, irritato fino alla nausea dalla concezione materialista dell’esistenza, ha indagato la verità sforzandosi di immergersi nelle pieghe più nascoste dell’anima umana. Per estrarne frutti che unissero all’immortalità di una scrittura perfettamente cesellata i precetti di un magistero morale che mettesse al centro di tutto l’uomo come creatura di Dio. A tale scopo le raccolte epistolari si configurano non come elegante corollario della produzione poetica, ma come un momento fondamentale di quella costruzione dell’immagine di sé che Petrarca ha cercato incessantemente di divulgare alle generazioni che lo avrebbero seguito. La sua formazione spiritualistica, fondata su Platone e Sant’Agostino, prevede il recupero della cultura classica, con Seneca in prima fila, sentita non come opposta al cristianesimo, ma al contrario convergente in esso. Quella linea filosofica ispirata al sapere dell’interiorità, nel quale la pietas e la sapientia si identificano sovrapponendosi e integrandosi. In aperta polemica con quell’aristotelismo al quale sembrava mancare “il palpito della fede”. “La sua ricerca culturale e morale non fu per nulla una ricerca sul cosmo, ma fu orientata in senso puramente psicologico”, scrive l’insigne petrarchista Ugo Dotti. I temi ricorrenti nelle lettere sono, di conseguenza, la vecchiaia (vista come la migliore età dell’uomo, per la liberazione dalle passioni e la conciliazione con la ragione e la coscienza), la morte (e il desiderio di morire degnamente), l’elogio dell’amicizia e, come si diceva, la polemica antiscientifica “contro il sapere delle cose e non dell’animo”. Da qui le dure invettive contro la medicina, arte utilissima creata da Dio per il bene degli uomini, ma avviata verso il male quando non sa mantenersi nel proprio ambito e pretende di travalicare nel campo filosofico, diventando una scienza “inumana”. Da qui la condanna dell’astrologia come fonte di dannose cialtronerie. Per contrapporre ad esse, in positivo, la visione provvidenziale dell’esistenza e l’esaltazione della Chiesa, con l’augurio di ritrovare la purezza evangelica delle origini. Anziché alimentare disperazione, lamento e angoscia, la devastante azione del morbo, soprattutto nelle Senili, testamento filosofico dell’anzianità, sembra accentuargli la vivacità della scrittura e l’energia della vis polemica.

 

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

 

se si dovesse sintetizzare con un’etichetta (operazione sempre esecrabile) la poetica di Petrarca, lo si potrebbe definire all’ingrosso, pur senza pretendere di esaurirne la complessità, poeta della ricerca interiore (da DALLA PANDEMIA ALLA POESIA – Editoriale di Fabio Canessa)

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