DANTE SUPERSTAR


Editoriale del 6 aprile 2021

Non si può certo dire che il settecentenario della morte di Dante stia passando sotto silenzio: Benigni al Quirinale, una megamostra a Forlì già allestita da una settimana che aprirà appena stingeremo in giallo, Pupi Avati che sta per iniziare a girare a Firenze un film sulla vita di Dante, una ventina di nuovi saggi appena usciti di giornalisti, storici e dantisti contemporanei (da Cazzullo a Veneziani, da Barbero a Ferroni, da Santagata a Casadei a Malato), incontri e conferenze in streaming dappertutto, opere e saggi danteschi in abbinamento con Corriere, Repubblica e altri quotidiani, perfino Papa Francesco ha appena scritto una Lettera Apostolica sulla Commedia. E poi mille ristampe del più bel libro in versi della storia della letteratura mondiale e delle altre opere dantesche, prove della poliedricità del talento di un intellettuale preparatissimo in ogni ramo del sapere del suo tempo e spronato da una volontà sperimentatrice che lo ha spinto a cimentarsi con esiti insuperabili in ogni genere letterario e in ogni direzione del pensiero. Ognuna a suo modo innovatrice e rivoluzionaria, archetipo di genio in grado di essere sviluppato nei secoli successivi della nostra tradizione culturale. E si ripensa al “Canone occidentale” di Harold Bloom, che pone Dante ai vertici della hit parade della storia letteraria insieme a Shakespeare, alle sublimi considerazioni critiche di un poeta come Mandel’stam, ai saggi di Auerbach e di Contini. Per fare i saputelli e gli originali, vi segnaliamo la chicca più snob e più costosa (140 euro), senz’altro la più inutile ma anche la più curiosa: la pubblicazione presso Polistampa in edizione integrale della raccolta cancelleresca delle liste di proscrizione fiorentine che comminarono, dal 1268 al 1379, le condanne guelfe ai ghibellini e ai guelfi bianchi, colpevoli di ribellione al comune e destinati all’esclusione dalla vita politica e all’esilio. “Il libro del Chiodo” dell’Archivio di Stato di Firenze si apre con l’accusa contro Donatum De Albertis, Lapum Amoniti e Lapum Blondum e si chiude con quella contro Lapo di Castilgonchio (paradossalmente fino ad allora citato come “campione” dei guelfi più intransigenti) per la medesima imputazione: baratteria. Ovvero, come sanno bene i lettori dell’Inferno, l’uso proditorio del potere concesso dall’ufficio. Un arido documento d’archivio che diventa un cimelio prezioso e suggestivo, carico di evocazioni emotive, soprattutto perché, a pagina 147, vi compare il nome di “Dante Alleghieri”, condannato per resistenza al tentativo di Bonifacio VIII di estendere il dominio della Chiesa su Firenze e la Toscana, attraverso il “paciaro” designato dal papa: Carlo di Valois (l’occasione fu un indebito stanziamento di denaro pubblico). Il provvedimento fu preso dall’assemblea plenaria dei Consigli cittadini del 13 settembre 1301, che aveva all’ordine del giorno l’accettazione come paciere del principe francese. Dante parlò per primo e il notaio verbalizzante lasciò tre righe in bianco: segno che l’intervento dell’Alighieri fu vacuo o che egli, più probabilmente, aveva pronunciato parole troppo aspre? Come fa supporre il fatto che il 27 gennaio 1302 il podestà Cante de’Gabrielli da Gubbio lo condanna all’esilio e il 10 marzo alla pena capitale. A riprova che Dante fu un protagonista della vita politica cittadina. Al di là del valore di memoria storica, il Libro del Chiodo, come fu chiamato per i chiodi in ferro (uno dei quali ancora presente) che ne fissano la legatura e simboleggiano l’inflessibilità delle condanne trascritte, ci affascina per l’aura letteraria che, grazie all’attestazione della condanna di Dante, ne ha favorito la fortuna storiografica. Aura che viene miracolosamente preservata da questa lussuosa riproduzione in facsimile, in cofanetto cartonato con 160 tavole a colori, con edizione critica curata con scrupolo filologico da Francesca Klein. Già il formato reale di gigantesca imponenza (cm 34×43), sul quale insiste l’introduzione di Riccardo Fubini (“assi rivestite di cuoio, chiodi fissati sui piatti della coperta”) lo rende un oggetto monumentale di straordinario significato storico. Ma il “registro per ‘inchiodare’ all’isolamento e all’impotenza interi settori della società fiorentina, comprendenti sia vaste consorterie familiari di antica tradizione che individui di grande spicco” diventa una fonte di sorprendente rievocazione quando vi leggiamo il nome di Lapo Salterello (a pag.72), citato da Cacciaguida nel Paradiso come esempio di cittadino corrotto, o quello del padre di Petrarca, che condivise la sorte di Dante (pochi sanno che i due si conobbero personalmente). Coloro che si struggono per il dispiacere della perdita di qualsiasi autografo dantesco, potranno consolarsi sfogliando le enormi pagine di questa perfetta riproduzione anastatica del documento che ne segnò dolorosamente la vita.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote)

“Dante parlò per primo e il notaio verbalizzante lasciò tre righe in bianco: segno che l’intervento dell’Alighieri fu vacuo o che egli, più probabilmente, aveva pronunciato parole troppo aspre? Come fa supporre il fatto che il 27 gennaio 1302 il podestà Cante de’Gabrielli da Gubbio lo condanna all’esilio e il 10 marzo alla pena capitale. A riprova che Dante fu un protagonista della vita politica cittadina.”
Da DANTE SUPERSTAR – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote)

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