DEI SELFIE E DEI CADAVERI


Editoriale del 10 febbraio 2014

Osservatela bene la vuota galassia di questa indifesa imbecille. Durante una visita all’Università dell’Alabama ha sfilato di tasca il telefono proibito per scattarsi un bel ritratto accanto alle spoglie incartapecorite di un cadavere. Lo stecchito era stato svuotato degli organi e di questo, dell’estremo dono, si sarebbe parlato a lezione. No no, niente necrofilia. La perversione sarebbe un lusso di complessità inarrivabile per questa lolita dell’idiozia siderale. Si chiama “selfie” il bubbone della pandemia, e non c’è traduzione- autoritratto non va- l’infezione si pronuncia nella lingua degli spazi globali. “Self” in inglese è “io”, anzi, meglio, il “Sé” maiuscolo, pronome riflessivo dell’ego chiuso da “ie”, che nell’anglosassone piega i lemmi a vezzeggiativo. Il selfie insomma è un autoritratto che inchioda la presunta specialità dell’attimo, popolato dalla solitudine del fotografo, talvolta circondata da gatti e amici. Deve descrivere il Sé e farne narcisismo da condivisione. Se (senz’accento) avete le poppe sode o gli addominali scolpiti, se siete in vacanza a Parigi o fate un pranzo etico con i nonni o siete in un locale dove l’atmosfera è cool e desiderate che l’invisibile sociale vi consideri appartenenti a quella specifica tribù economica o estetica, se, insomma, avete un evento insolito o degno d’attenzione: collocate la vostra presenza nel mondo, vi esprimete, sperate d’innescare la miccia che conduce alla chiavata, fate esercizio d’esistenza nella moltiplicazione degli specchi e ne diffondete i sudori sui social network, il luogo della pubblicità dell’ego e di poco altro. Così ha fatto la nostra lolita (luce della mia vita, fuoco dei miei lombi) postando il selfie su Instagram. È un argomento degno dei più acuti interpreti di questi nostri uomini in questo nostro tempo. Ma non credo che la tecnica, cioè la fotografia e i telefoni e Internet e i social, abbiano ingenerato il problema. Hanno semplicemente creato uno spazio sul quale il disperante istinto di vanità s’è rovesciato, colonizzandolo, a moltitudini. Tutto bene, tutto normale. Anche la Arendt poneva la tecnica come uno degli elementi costituenti il totalitarismo. La techne che trasforma la feccia in lettere dorate, spalanca il tempo ai demoni profondi. Manca il pensiero che resiste, o meglio affanna, spompata è la cultura che incateni il nostro personalissimo fascistello avverso alla complessità, inerte la scintilla della curiosità che s’affaccia sul mondo, sull’altro, sull’altro da sé. Dove non è riuscita la violenza trionfa oggi il consumismo: è il totalitarismo narcisista. Lo diceva Pasolini quarant’anni fa quindi chiudo. E poi ho scazzato lo spazio breve del web. Ah, per favore, cliccate “mi piace”. Fatemi un selfie.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

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