DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI MINESTRONE


Editoriale del 16 aprile 2015

Tra poco compirò centoventisei anni, anche se non li dimostro. Sono sopravvissuto al tifo e alla tubercolosi, al plutonio di Nagasaki, alla vendetta di Montezuma, all’amianto nei sacchi di iuta, alle puttane di Nairobi, alle turbolenze transoceaniche, a sette zie, alle mie mogli e a molti dei miei figli. Fortuna? Protezione celeste? Geni? No. L’ho confessato a Dan Ferguson, un giornalista texano che mi ha intervistato nella casa piena di sole in cui mi sono ritirato, in un villaggio sperduto nel Mediterraneo. Dan è alla ricerca dell’elisir di lunga vita, è l’obiettivo della sua esistenza. Non basta andare a letto presto. Il merito della mia longevità, gli ho raccontato, è da attribuire tutto al minestrone che ho sempre mangiato. Esclusivamente quello preparato secondo la ricetta della zia Narcisa, donna dalle mani sapienti, con le patate e le cipolle dell’orto e la mentuccia raccolta sul greto del ruscello che scorre sotto casa. Gliel’ho persino fatto assaggiare, in una modesta scodella di terracotta. A Dan luccicavano gli occhi. In cortile abbaiava l’ultimo dei quarantadue cani che mi hanno fatto compagni

Tony Cinquetti
(Etica gastronomica)

COGLI L’ATTIMO

 

da Il minestrone (1981), diretto da Sergio Citti e interpretato, tra gli altri, da Roberto Benigni, Ninetto Davoli, Franco Citti

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