DÌ A MICHAEL CHE SONO STATI SOLO AFFARI


Editoriale del 30 gennaio 2019

“Io, che per incertezza di vita, sono tutto simile alla polvere”.
San Carlo Borromeo

Matteo Darmian, attraverso twitter, ha smentito vigorosamente un suo imminente approdo alla Juventus: “Sono stato il giocatore del Toro a segnare il gol che ha sancito l’unica vittoria negli ultimi vent’anni al derby. Per rispetto di questo avvenimento, per rispetto dei tifosi del Toro, non potrò mai giocare per la Juventus. Un giocatore dello United può trovare infinite e congrue destinazioni dove proseguire con soddisfazione la propria carriera professionale”. Falso, ma sarebbe stato bello un twitter del genere. “Club come il Frosinone non attirano fan, né interessi, né emittenti del campionato… non cercano di competere… se non possono competere, se finiscono per ultimi, dovrebbero pagare una multa… se non possono essere autosufficienti economicamente dovrebbero essere espulse”.
Questo, in sintesi, è ciò che ha dichiarato Aurelio De Laurentis recentemente al New York Times. Dichiarazioni vere, purtroppo. C’è da chiedersi da quando si è cominciato a perdere il senso del limite nello sport, che per sua natura dovrebbe insegnare il valore dell’autocontrollo e del pudore. In nome del professionismo si è giunti alla conclusione come tutto sia possibile, che non esistono recinti da non poter abbattere. Darmian  ha dato i primi calci al pallone nell’oratorio della parrocchia di Rescaldina, nel cuore di quella Lombardia laboriosa e cattolica, descritta mirabilmente nelle pagine del romanzo popolare italiano per eccellenza: “I Promessi Sposi”. Il volontario laico deputato a seguire nel campo oratoriale quei bambini rincorrersi e provare le prime gesta di fantasia con il pallone fu Giovanni, padre del futuro giocatore dello United.
È una parrocchia particolare, quella di Rescaldina, che dal 600 aveva ottenuto di potere eleggere il proprio parroco. Un privilegio decaduto per una disposizione del Concilio Vaticano II, ma che racconta molto del tessuto socio/culturale dei rescaldinesi. Gente abituata a farsi coinvolgere attivamente quando si tratta di beni comuni, come oggettivamente  una parrocchia è. Chissà se a Matteo qualcuno ha mai parlato di Carlo Borromeo, che costituì alla fine del 500 la parrocchia dove il campetto da calcio lo ha visto, bambino, protagonista. Carlo Borromeo è considerato il più importante arcivescovo avuto dalla diocesi di Milano e uno dei più grandi riformatori della Chiesa Cattolica, nonché uno dei santi più venerati. Rescaldina confina con Legnano, dove si svolse la storica battaglia tra le truppe della “Lega Lombarda” e l’esercito imperiale di Federico Barbarossa, battaglia che sancì definitivamente il declino delle pretese egemoniche sull’Italia settentrionale dell’imperatore tedesco.
È quest’humus culturale e questi leggendari ed epici echi storici, quindi, che il giovane Darmian, possiamo immaginare, abbia respirato sin da bambino. Un contesto dove non deve essere stato difficile aver trovato qualcuno a segnargli il confine tra il bene e il male o che gli abbia, almeno una volta, posto qualche domanda sul senso dell’esistenza. Diventando adulti, si sa, le cose dell’infanzia e dell’adolescenza cominciano a essere avvertite come questioni sempre più lontane, ma davvero si può dimenticarle del tutto? Davvero possiamo dimenticare chi siamo e da dove veniamo? Davvero è lecito convincerci che ogni cosa possa diventare lecita? “Siamo professionisti”, avrà sussurrato all’orecchio del giocatore mancuniano (potete scommetterci fino all’ultimo penny che lo avrà fatto) il suo procuratore, nel convincerlo a prendere in esame la proposta della società bianconera. Come se essere professionisti in qualsiasi campo, desse il lasciapassare per fare qualsiasi cosa. “Dì a Michael che sono stati solo affari”, dice al killer inviato dalla famiglia Corleone, il traditore reo di aver “venduto” la vita del proprio “padrino” (memorabile interpretazione di Al Pacino) alla famiglia avversaria.
Quante volte con quel “solo affari” proviamo a giustificare qualsiasi nostra azione, gettando consapevole oblio su malefatte di ogni tipo. Non si pensi che stia qui a parlare del “valore della maglia” (valore ormai andato a ramengo da tempo immemorabile), ma provo a riflettere su quando possiamo considerare inderogabilmente opportuno fare un passo indietro rispetto alle nostre ambizioni e ai nostri interessi. Questo strano concetto “siam tutti dei professionisti”, sto notando essere accettato sempre di più anche dai tifosi, in una curiosa corsa a voler a tutti costi  apparire maturi ed evoluti rispetto a un calcio modificatosi con un’accezione esclusivamente mercantilista.
Ecco perché non c’è stata nessuna reazione, a parte quella prevedibile del Frosinone e un timido e spiritoso tweet di Ivan Zazzaroni (direttore del Corriere dello Sport), all’ultima sparata di De Laurentis, in quale ha parlato addirittura di ridisegnare il calcio “secondo esigenze geografiche”. Come sono chiare e scoperte le intenzioni di una persona afflitta da “sindrome di Napoleone” (parole e musica del presidente del Frosinone), alla ricerca spasmodica di ritagliarsi un ruolo egemonico e assai remunerativo nel mondo del calcio. Solo così si spiega la sua proposta, fatta nell’intervista al New York Times, di “ristrutturare le società di calcio italiane geograficamente, in modo che possano essere finanziariamente autosufficienti”.
Una proposta che si sposa, guarda un po’, con le sue esigenze di “conducator” del calcio del meridione d’Italia, con Napoli e Bari, secondo la visione di geopolitica dei fatturati del presidente partenopeo, a prendersi la fetta di mercato composta dai tifosi meridionali. È un discorso vecchio questo portato avanti da De Laurentis, è l’antico vizio della razza padrona italiana (mi rifiuto di chiamarla classe dirigente. Ci vuole un profilo etico adeguato per fregiarsi di un tale titolo) di trasformare qualsiasi processo di natura economica in monopolio, sotto lo sguardo silente della politica. Solo a una persona tesa a comportamenti egemonici poteva venire in mente di auspicare premi milionari alle squadre stazionanti nei primi posti in classifica del campionato e multe alle ultime in classifica. È la logica di questi tempi moderni (che molti continuano a celebrare entusiasticamente come il nostro arrembante ingresso nel futuro), dove ormai vige la corsa alla giustificazione della sopraffazione del più debole come valore assoluto, e non solo nel calcio.
Solo così è stata potuta essere accettata dall’opinione pubblica come normale, finanche come giusta e utile, l’aver messo alla fame una nazione intera come la Grecia. Azione considerata giusta in nome del futuro dell’Europa, perché se i deboli non riescono a diventare forti allora è giusto che periscano. Un uomo intuitivo come De Laurentis ha compreso questo cambiamento antropologico da tempo, ed ecco perché non ha remore a fare proposte di stampo darwinistico sociale, sa bene di trovare consenso in vari settori della pubblica opinione e dell’informazione. Mi ha fatto impressione leggere un articolo teso a solleticare la vanità di Urbano Cairo nel convincerlo a usare tutto il peso del gruppo editoriale da lui presieduto, per migliorare le fortune del Torino calcio sul campo. Il chiaro invito, da parte dell’articolista, era quello di far sentire sulla classe arbitrale la lunga mano della censura giornalistica sul loro operato, magari per ottenere qualche calcio di rigore o punizione in più. L’articolo mi ha fatto impressione, ma non mi ha sorpreso.
Lo spirito del tempo ha ormai quasi abbattuto ogni pudore e ogni diritto, nel nome del “legittimo” uso della forza posseduta in ogni caso. In questo quadro dal forte connotato nichilista Matteo Darmian starebbe prendendo l’insana decisione di trasferirsi alla corte bianconera. È questo affresco sfumato da ogni ragione, che potrebbe convincerlo ad accettare una destinazione, per lui e per la sua storia, priva di ogni senso etico. Sarebbe bello se nella “Curva B” dello stadio San Paolo, covo dei tifosi napoletani più caldi, nella prossima partita fosse esposto uno striscione di solidarietà verso i tifosi del Frosinone. Sarebbe bello se i tifosi azzurri riaffermassero il diritto che tutti hanno il diritto di provarci più volte e più volte, anche a costo di essere costantemente sconfitti.
Tutti hanno diritto di andare alla ricerca del miracolo, e questo è uno dei più grandi lasciti morali del calcio dall’inizio dei tempi. San Carlo Borromeo ha scritto che “in Dio non esiste il più o il meno”, a far intendere che il problema di un’esistenza non è fare chissà cosa o essere chissà dove. Il problema è essere. Auguro a Darmian di ricordarsi, nel momento della scelta della sua nuova squadra, del suo cortile d’oratorio, dei pomeriggi dopo la scuola fatti di calcio a un pallone e di buoni consigli, della storia significativa della sua terra, del sapore di tutto ciò che sapeva di buono, dell’amore sincero ricevuto dai tifosi del Toro, del dopo calcio che inevitabilmente arriverà. Auguro a Darmian di scoprire ciò che comporta compiere passi su questa terra. Comporta essere uomini, non merce di scambio. Lasciamo i “sono solo affari” a Michael Corleone e ai suoi proseliti. Noi prendiamoci, finalmente, la vita.
Anthony Weatherill
(ha collaborato Carmelo Pennisi)

Lasciamo i “sono solo affari” a Michael Corleone e ai suoi proseliti (da Lasciamo i “sono solo affari” a Michael Corleone e ai suoi proseliti)

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