DIMMI COSA DISEGNI E TI DIRÒ CHI SEI


Editoriale del 20 ottobre 2019

 

È stata pubblicata appena un mese fa ma già prima che andasse in stampa era diventata un caso. “ADAM”, la graphic novel disegnata da Giuseppe Rava con i testi di Francesco Borgonovo parla di immigrazione, così si legge nella quarta di copertina. Il protagonista, Adam appunto, è, per definizione stessa degli autori, “l’uomo nero”, non solo per le origini africane non meglio definite ma per il fatto che, giunto in Italia “su un brachino guidato da scafisti” dopo una vita segnata dalla violenza,“darà sfogo ai mostri che si porta dietro fin dall’infanzia”. Basato su quella che Borgonovo definisce “una storia inventata ma anche una storia vera”, in realtà il fumetto trae ispirazione dalla vicenda di Adam Kabobo, il ghanese che uccise a picconate tre passanti a Milano nel maggio 2013. Poco prima dell’uscita il suo ideatore si difendeva sulle pagine di Panorama dalle accuse di razzismo a lui rivolte da Roberto Recchioni, curatore di Dylan Dog, che ne aveva definito l’opera «una porcata»; accusa, questa, inaccettabile dal momento che nessuno ancora aveva avuto occasione di leggere Adam. Io questa occasione l’ho avuta. L’ho attraversato senza passare dal centro, andando dritta dagli stereotipi di ambientazione africana delle prime pagine alla scena finale in cui l’uomo accoltella la volontaria della ONG che si occupava di lui. In teoria non ci sarebbe bisogno di un’esegesi impegnativa: il messaggio è piuttosto diretto. La coltellata, quella metaforica, è diretta ai cosiddetti buonisti dell’immigrazione, a quanti non capiscono che accogliere significa coltivare in seno il pericolo. Due gli errori di fondo. Il primo: il fumetto non parla di immigrazione, ma della vicenda di un africano che giunto in Italia compie un omicidio. Il secondo: la parte grafica è seguita da un saggio (si fa per dire, un compitino prevedibile) di Borgonovo, nel quale si arrotola nello stereotipo più in voga di questi tempi, ovvero il presunto disagio psichico degli immigrati. Piuttosto che entrare nel merito, mi pare opportuno rilevare l’inefficacia di un fumetto che ha bisogno di un capitolo che ne spieghi il senso. Metterlo all’indice come suggeriscono i critici ne renderebbe gli autori vittime più di quanto già non si sentano. Ma dopo averlo letto forse si può davvero dire, o scrivere, che per quelli elencati e molti altri motivi Adam è lo strumento di tendenza dello stesso populismo muscolare che serve. Oppure, senza note a fondo pagina: una porcata colossale.

 

Eva Garau (Precaria di Aristan)

 

dopo averlo letto forse si può davvero dire, o scrivere, che per quelli elencati e molti altri motivi Adam è lo strumento di tendenza dello stesso populismo muscolare che serve. Oppure, senza note a fondo pagina: una porcata colossale (da DIMMI COSA DISEGNI E TI DIRÒ CHI SEI – Editoriale di Eva Garau)

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