DIO, LA MORTE E L’AFGHANISTAN


Editoriale del 31 agosto 2021

Papa Francesco ha chiesto, durante l’Angelus di domenica, preghiera e digiuno per la tragedia afghana. I commentatori più acuti dei quotidiani non sono quelli che si arrovellano sulla fallimentare strategia di Biden o se sia il caso o no di trattare coi talebani. Sono quelli che si interrogano sulla concezione della morte e il nostro rapporto con essa. Domenico Quirico, sulla Stampa del 28/8, scrive di un migrante anziano “scandalosamente felice”, solo, senza permesso di soggiorno né lasciapassare del rifugiato, senza lavoro e senza famiglia, “bloccato in un centro di accoglienza, non poteva andare da nessuna parte, non poteva lavorare se non illegalmente”. E allora, gli chiede Quirico, perché sei felice? “Perché qui in Italia sono vivo, nessuno mi ucciderà”. Sempre sulla Stampa, del 22/8, Massimo Giannini cita la risposta di un combattente talebano intervistato da Ian Buruma: “Gli americani non vinceranno mai, perché loro amano la Pepsi Cola, mentre noi amiamo la morte”. Sul Corriere del 28/8, Aldo Cazzullo parla di Dio, sostenendo che “quasi tutte le religioni sono incentrate sull’idea che l’uomo vada oltre se stesso. Credono cioè all’immortalità dell’anima”. E da noi in Occidente oggi “gli atei restano una minoranza, ma ormai sono diventati minoranza anche i credenti, o almeno i fedeli”. Così siamo talmente sfocati da non essere né atei né credenti: “se chiedi un’opinione sull’esistenza di Dio, ti senti rispondere quasi sempre in modo vago. Quasi nessuno lo esclude, pochi però credono al Dio dei nostri padri, dell’Antico e del Nuovo Testamento”. Ancora sul Corriere del 28/8 è Ernesto Galli della Loggia a collegare l’Afghanistan con Dio e la morte. La questione non è se sia giusta o meno la pretesa occidentale di portare la democrazia, quello che è sicuro è che l’impresa risulta impossibile per noi che non crediamo più nella democrazia e nei nostri valori neppure a parole, figuriamoci se dobbiamo rischiare la vita. I talebani credono ferocemente nel loro Dio feroce fino alla morte, noi tergiversiamo sul nostro Dio misericordioso e crediamo pallidamente ai valori della libertà e della democrazia: “solamente la disponibilità a mettere in gioco la nostra esistenza costituisce la prova indiscutibile della verità delle intenzioni che ci animano, della verità che attribuiamo ai nostri principi”. Nonostante l’inno italiano canti “Siam pronti alla morte”, siamo invece tutti “convinti che in realtà non ci sia nulla per cui valga veramente la pena di morire” e “manchiamo perfino del coraggio di dircelo”.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

 

… siamo talmente sfocati da non essere né atei né credenti: “se chiedi un’opinione sull’esistenza di Dio, ti senti rispondere quasi sempre in modo vago. Quasi nessuno lo esclude, pochi però credono al Dio dei nostri padri, dell’Antico e del Nuovo Testamento” (da DIO, LA MORTE E L’AFGHANISTAN – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

 

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