DIPLOMATI IN COMPASSIONE


Editoriale del 14 aprile 2021

Il mio rapporto con la compassione è difficile. Ho imbarazzo a esprimerla e ho terrore di suscitarla per via della scarsa credibilità che attribuisco ai discorsi e ai comportamenti compassionevoli.
In realtà il problema non è personale, è culturale. Basta pensare alla connotazione dispregiativa di espressioni come “ti compatisco” e “mi fai pena”, per avere un’idea di come abbiamo mortificato il nobile impulso di alleviare, condividendola, la sofferenza di un’altra persona; senza questo impulso la compassione (dal latino “cum patior”, soffro con) semplicemente non c’è. Shakespeare alla fine del 16° secolo, ne “Il Mercante di Venezia”, ha definito questa emozione “una dolce pioggia dal cielo (…) che benedice colui che la concede e quegli su cui si spande”, ebbene oggi – cinque secoli dopo – viviamo tempi di siccità.
C’è però la possibilità che la situazione non sia definitiva, che la capacità di vivere questa emozione non sia perduta irreversibilmente. Forse una realtà come quella del CCARE, (Centre for Compassion and Altruism Research and Education) che dal 2008, a Stanford, offre corsi per il conseguimento del diploma in ‘Compassione Applicata’ è il segnale di un cambiamento, di un’inversione di tendenza, di una nuova sensibilità. È vero che la compassione appresa nei corsi del CCARE potrebbe non possedere quella naturalezza che Shakespeare le attribuisce ma non importa, ciò che conta è che ricominci a piovere.

Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)

“Shakespeare alla fine del 16° secolo, ne ‘Il Mercante di Venezia’, ha definito questa emozione «una dolce pioggia dal cielo (…) che benedice colui che la concede e quegli su cui si spande», ebbene oggi – cinque secoli dopo – viviamo tempi di siccità.”
Da DIPLOMATI IN COMPASSIONE – Editoriale di Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)

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