DOMANDE SOSPESE


Editoriale del 25 agosto 2019

La strada era una lingua di silenzio e fuoco che non aveva mai conosciuto passi, nel primo pomeriggio. Il mercato un tempio sconsacrato dal quale erano scomparsi polpa e commercio, i resti della carne e i frutti appassiti cancellati dalla candeggina. Dal cellulare la voce di Conte diceva la parola definitiva sul governo, tra rimozioni e risvegli tardivi. Uno statista, un coglione, un intellettuale, un pavido, avrebbero detto poi in tanti dopo il tempo sospeso, riacquistando d’improvviso colore dallo schermo del televisore. Il mio vicino si è fermato a salutare sul portone ma il buongiorno gli si è asciugato in gola ed è rimasto incantato a sentire il discorso, sul marciapiede rovente. Sembrava che il tempo dovesse fermarsi, poi tutta un’accelerazione. I rosari baciati furtivamente, i cuori immacolati, le camicette bianche delle senatrici interrotte nelle vacanze e nella sinapsi, i commenti smargiassi, i cartelli di protesta, le resurrezioni dei politici annichiliti dal tempo, il paternalismo delle mani sulla spalla, i fischi e gli applausi, il presidente della repubblica tana per tutti. Mentre l’Amazzonia brucia e Trump mette il broncio perché la Danimarca non gli vuole vendere la Groenlandia, mentre a Hong Kong non ne vogliono sapere di lasciar perdere e a Berlino Boris Johnson ripassa i confini con l’Irlanda, mi sono chiesta se alla cena in una casa privata tra Di Maio e Zingaretti si sia davvero mangiato qualcosa in quell’ora scarsa di incontro e, se si, che cosa. Mi sono chiesta perché la World Health Organization abbia pubblicato un report nel quale si afferma che le microplastiche dell’acqua imbottigliata non sono dannose per la salute dell’uomo, aggiungendo che così sembra ma ancora non si sa bene. Mi sono chiesta perché la gente porti via valigie intere di granelli di quarzo dalle spiagge ogni estate. E d’un tratto mi è piombata addosso l’inconsistenza gelatinosa degli esseri umani, un po’ per la sabbia, un po’ per le istituzioni, un po’ per le foreste, un po’ per gli occhi tirati di Berlusconi, un po’ per i ghiacciai che si arrendono, un po’ per la plastica in mare e nell’intestino, un po’ per il cellulare sempre acceso di Salvini, un po’ per l’umidità. Le emozioni hanno formato una condensa spessa che ha appannato tutto. Solo due domande sono rimaste lì, impossibili da sciogliere in questo tempo presente: cosa significa questa congiuntura storica che ancora non abbiamo gli strumenti per spiegare? E ancora: hanno davvero fatto in tempo a mangiare qualcosa Zingaretti e Di Maio e, se si, che cosa?

Eva Garau (Precaria di Aristan)


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