DOV’È LA POESIA?


Editoriale del 28 maggio 2013

“Otto e mezzo” è il più bel film della storia e Federico Fellini il miglior regista di tutti i tempi. Eppure sono anche i responsabili dei danni maggiori causati al cinema italiano, che ha abbandonato i generi per inseguire il miraggio di ambiziose autobiografie autoriali e ha considerato degradante raccontare storie, preferendo almanaccare riboboli pretenziosi. Ne è un penoso esempio “La grande bellezza”, il film uscito in questi giorni, in concorso a Cannes: La Dolce Vita del 2000, affrescata da un Paolo Sorrentino che fa il passo più lungo della gamba e capitombola in una Roma felliniana che del modello mantiene i cliché, ma non l’ispirazione e il genio. Se l’alter ego di Fellini era Mastroianni, quello di Sorrentino è Toni Servillo, un attore sopravvalutato: bravissimo a teatro, al cinema commette sempre l’errore di guardarsi recitare, di volersi troppo bene (e qui è ancora più manierato del solito), tanto da non riuscire mai a scrollarsi di dosso l’aura fasulla di chi sta recitando bene. Nel ruolo di un giornalista, si aggira tra feste cafone, spogliarelliste attempate e sante decrepite, nane e cardinali, giraffe e fenicotteri. La parata di grottesche bizzarrie felliniane è al completo. Ma mancano la poesia, la magia, l’ironia, la pietas e la cultura (Fellini poteva contare su uno sceneggiatore come Flaiano, Sorrentino purtroppo conta su Contarello), per cui lo sguardo del regista che vorrebbe smascherare il vuoto pneumatico della inautentica vita contemporanea risulta a sua volta inautentico e gira a vuoto come la società che sferza. Mancano soprattutto la felicità e lo stupore di esistere (infatti si esce dalla sala avviliti) e manca la speranza nel futuro. Così un film deludente (riscattato dall’abilità con cui Sorrentino sa girare e peggiorato da monologhi sentenziosi da libro stampato) diventa un documento prezioso, da proiettare nelle accademie, per misurare i passi da gambero che l’Italia e il suo cinema hanno fatto in mezzo secolo. E per capire che cosa diventa un film di Fellini senza Fellini: un presuntuoso esercizio di stile sfilacciato in frammenti senz’anima, un kitsch gratuito servito freddo da una messinscena artificiosa. Volendo dimostrare che la realtà è brutta e che il cinema la rispecchia, il film di Sorrentino è abbastanza brutto da aver centrato il suo obiettivo.

Fabio Canessa
(preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan)

COGLI L’ATTIMO

 

da La dolce vita (1960) diretto da Federico Fellini con Marcello Mastroianni e Anita Ekberg

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