DOVLATOV, IL GENIO DIMENTICATO


Editoriale del 13 aprile 2021

Ottant’anni fa nasceva in Russia Sergej Dovlatov, ma non li festeggerà perché è morto nel 1990. Uno scrittore straordinario ancora non conosciuto come merita dai lettori italiani. Amato da Iosif Brodskij, che ne elogiò “la laconicità, la lapidarietà propria del linguaggio poetico”, Dovlatov è, per molti versi, un Bianciardi russo (tra l’altro sono morti entrambi all’età di 49 anni): anarchico individualista nutrito di un umorismo irresistibile e dotato di uno spirito d’osservazione insieme affettuoso e corrosivo. Narratore sempre autobiografico (per cui è inevitabile sovrapporlo al protagonista delle sue storie) che ritrae con scanzonata spietatezza se stesso e il mondo che lo circonda, perennemente tentato dall’alcool e dal fascino femminile. Scrittore che non vuole prendersi sul serio, attento al linguaggio e curioso della storia e della politica, destinato a essere comunque un bastian contrario. Malvisto dal potere comunista per la dissacrante ironia, guardato con diffidenza anche dai dissidenti, per aver scelto il registro divertente anziché quello nobilmente tragico di un Alexandr Solzenicyn, fu autore di romanzi e racconti imperdibili, tutti tradotti da Sellerio, come “Straniera”, “Noialtri” e “Compromesso”, ma anche un brillante giornalista, direttore a New York di un periodico in lingua russa, il “Nuovo Americano” (gli scintillanti elzeviri che scrisse come articoli di fondo sono raccolti nel volume “La marcia dei solitari”). Una voce inconfondibile per il ritmo jazz della scrittura e la gustosa galleria di personaggi schizzati con estro swing. Ma la cifra stilistica non è mai la vibrante indignazione, perché dramma e farsa si mescolano nella realtà e dunque anche nei libri di Dovlatov. Le mostruosità sovietiche sono frutto di quell’inestricabile guazzabuglio che tutti noi siamo. Per questo la linea editoriale del suo vivace giornalismo fu quella di ospitare idee il più possibile eterogenee, meglio se contrastanti tra loro, per spronare la pigrizia del lettore a “rispettare l’opinione altrui”, senza il conforto di “sentirsi l’unico depositario della Verità”, compiaciuto di trovare sul suo giornale quello che già pensa da solo, finendo col convincersi che la libertà di opinione vale “soprattutto per quelli che la pensano come me”. Invece “ci sono situazioni in cui tutti hanno ragione. Quelli che sono a favore e quelli che sono contrari”, così Dovlatov sa ridere di tutto, anche di se stesso, perché è convinto che “in ognuno di noi c’è tanto bene quanto male. Ed è tutto mescolato”. La vita è assurda perché la natura dell’uomo è contraddittoria. Perciò una letteratura che distinguesse i buoni dai cattivi, il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, finirebbe per tradire la vita. Meglio serbare intatta e fragrante sulla pagina la tragicomica ambiguità dell’anima umana.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote ad Aristan)

“La vita è assurda perché la natura dell’uomo è contraddittoria. Perciò una letteratura che distinguesse i buoni dai cattivi, il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, finirebbe per tradire la vita.”
Da DOVLATOV, IL GENIO DIMENTICATO – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote ad Aristan)

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