È MORTO IL FUTURO


Editoriale del 26 maggio 2020

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, la scena rock si era appannata su uno standard buono ma stereotipato. Digeriti e assimilati il punk, il dark e la new wave, archiviati i capolavori di Pink Floyd e compagnia sinfonica, echeggiavano ancora i clamori di Bruce Springsteen, Tom Waits, Police e qualcun altro, ma, dopo gli exploit che li avevano fatti esplodere, tutte queste rockstar si erano assestate su una routine di qualità. Di qualità, ma pur sempre routine. E la routine è il cancro del rock. Così prima furoreggiò il crossover, cioè la mescolanza dei generi, il cacciucco jazz-rock e il minestrone rock-blues, poi però le antenne sensibili dei più vispi tra gli appassionati di musica si diressero verso sonorità esotiche, scoprendo lo swing cubano, asiatico, indiano, soprattutto lo swing africano. A fare da apripista nell’esplorare la musica etnica fu il grandissimo Ry Cooder, sublime chitarrista californiano che razzolò qua e là per il mondo a ibridare i suoi album con suoni e strumenti di terre lontane, facendoli confluire nel cocktail suggestivo di un country-blues d’autore assai jazzato (ascoltatevi gli splendidi “Borderline”, “Jazz”, “Paradise and lunch”), e infine produsse una collana, preziosa e memorabile, di world music, andando a stanare in tutti gli angoli del pianeta i giganti di ogni folkmusic: scoprimmo allora il blues delle Bahamas e quello hawaiano, il tex-mex (strepitosa miscela tra la musica del Texas e del Messico), il sound evocativo dell’indiano V.M. Bhatt e il folk africano dello straordinario polistrumentista Ali Farka Tourè. Una boccata d’aria fresca, musica nuova in cucina, come diceva una pubblicità dell’epoca. Fu un viaggio nello spazio e nel tempo, un’improvvisa salutare scorpacciata di sound nuovi, capaci di comunicare una fragranza swingante e inedita alle orecchie atrofizzate dei rockettari. Quelle emozioni che fino ad allora avevamo cercato sulle rive del Mississippi o nei bayou della Louisiana, tra i grattacieli di New York e i pneumatici di Detroit (benedetta Motown!), ora le trovavamo nella savana del Mali e sulle spiagge cubane. I palati fini godevano di perle come “Talking Timbuktu” e “A meeting by the river”, ma due fenomeni diventarono popolarissimi al colto e all’inclita: i cubani Buena Vista Social Club di Compay Segundo (per l’appunto scoperti e prodotti da Ry Cooder) e l’africano Mory Kante. La sua trascinante “Yeke yeke” scalò le classifiche europee e, alla fine degli anni Ottanta, era diventato un tormentone come “Bamboleo” o il “Gimme five” di Jovanotti. Con Mory Kante conoscemmo il sound, insieme tribale e sofisticato, della Guinea e scoprimmo la kora, una specie di banjo o mandolino di cui era un virtuoso. L’orchestrazione piena di fiati ricordava il jazz di New Orleans, però arrangiato veloce, con una scansione da danza frenetica, gioiosa e primitiva. Mi ricordo benissimo che il giorno in cui comprai e ascoltai “Akwaba beach”, il suo capolavoro, dissi ai miei amici che quello era “il futuro della musica”. Ora è diventato il passato, perché Mory Kante è morto. “Il futuro” aveva 70 anni.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

 

 

Con Mory Kante conoscemmo il sound, insieme tribale e sofisticato, della Guinea e scoprimmo la kora, una specie di banjo o mandolino di cui era un virtuoso. L’orchestrazione piena di fiati ricordava il jazz di New Orleans, però arrangiato veloce, con una scansione da danza frenetica, gioiosa e primitiva (da È MORTO IL FUTURO – Editoriale di Fabio Canessa)

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