ED È SUBITO PERA


Editoriale del 15 luglio 2014

Ai docenti e agli studenti, ma soprattutto agli ispettori del ministero che scelgono le tracce dei temi. Ora che gli esami di stato sono finiti e chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, è il momento di rivelare a tutti la verità: Salvatore Quasimodo è un poeta modesto. I candidati che avessero avuto il coraggio di scriverlo e la capacità critica di argomentarlo meriterebbero la lode. È vero che la poesia scelta quest’anno per l’analisi del testo, “Ride la gazza, nera sugli aranci”, non è delle sue peggiori; basti confrontarla con l’imbarazzante retorica di “Uomo del mio tempo”, assegnata sempre allo scritto di maturità anni addietro. Ma che, in un secolo ricco di poeti straordinari come il Novecento italiano (citiamo alla rinfusa: Caproni, Saba, Montale, Penna, Zanzotto, Guerra, Palazzeschi, Ripellino, Marin, Noventa, Pasolini, Rebora, Pierro, Loi, ma l’elenco sarebbe lunghissimo), per la seconda volta il ministero abbia selezionato una poesia di Quasimodo è la riprova che il criterio di scelta è fondato sugli autori che erano “up to date” quando gli ispettori attempati di oggi erano giovani, tramandando così gusti datati e un’idea farlocca di poesia. Un utile gioco estivo potrebbe essere quello di leggersi l’opera omnia di questo sopravvalutato premio Nobel e segnare con una x le poesie non dico belle (perché forse non ce ne sono), ma comunque da salvare. Ne uscirebbe un po’ meglio solo “Oboe sommerso”, la seconda raccolta, scritta negli anni Trenta; il resto risulta un campionario di versi di serie B: comprese le tanto osannate traduzioni (che traduzioni non sono, ma riscritture spesso infelici) dei lirici greci, comprese le celeberrime “Alle fronde dei salici” e “Ed è subito sera”, trombonate kitsch, vacuità tonitruanti, effettate e superficiali. Per rimediare la gaffe, le possibilità sono due: assegnare il prossimo anno un’elegia duinese di Rilke, bilanciando con un diamante di poesia purissima i versi light e decaffeinati di Quasimodo, oppure scegliere un testo di un genio dimenticato come Gino Patroni (1920-1992), autore di poesie satiriche che parodiavano, in contemporanea, la poesia ufficiale dell’epoca, svelando “di che lacrime grondi e di che sangue”. In segno di contrizione, il ministero potrebbe riscattarsi proponendo l’analisi di quei versi di Patroni che trasfigurano le elucubrazioni dell’ermetismo in un contesto di bassa ristorazione, visto che, come diceva Feuerbach, l’uomo è ciò che mangia. Consigliamo il Pavese riarrangiato di “Infarto in trattoria”: “Verrà/ la morte/ e avrà/ i tuoi gnocchi”. Ma, se proprio si vuole insistere con Quasimodo, c’è un capolavoro struggente, dal titolo “Mensa aziendale”: “Una/ zuppa/ di/ verdura/ ed/ è/ subito/ pera”.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

Ode al pitale di Argìa Sbolenfi da uno spettacolo di Paolo Poli del 1996

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