ELOGIO DEL LOCKDOWN


Editoriale del 28 aprile 2020

 

Tra una settimana comincerà la fase 2, ma ormai l’abbiamo capito che ci attendono ancora molti mesi di libertà limitata. E chi ci dice che sia una disgrazia, come suona la battuta di una celebre commedia di Eduardo? Secondo Gilbert Keith Chesterton, convincere un nostro simile che sarà più saggio, libero e felice quanto più allargherà i suoi orizzonti significa ingannarlo. Sentite cosa scrive in “Eretici”, uno dei suoi capolavori: “Se domani mattina la neve ci bloccasse nella strada in cui abitiamo, d’improvviso entreremmo in un mondo molto più ampio e convulso di quello che abbiamo mai conosciuto. E l’uomo moderno si sforza in ogni modo di fuggire dalla strada dove abita”. La scusa è “che sta fuggendo dalla sua strada perché è tediosa; mente. In realtà, sta fuggendo dalla sua strada perché è di gran lunga troppo emozionante. È emozionante perché è impegnativa; è impegnativa perché è vitale”. Rispettare un limite geografico, vivere e confrontarsi all’interno di esso, significa far sprigionare contrasti e affinità, una vita di relazioni sorprendenti e spiazzanti alla quale dover far fronte ogni istante con notevole dispendio di energia e vitalità. Invece, se visitiamo Venezia “i veneziani sono solo veneziani”, mentre le persone che passano per la nostra strada “sono uomini”. I cinesi “sono solo una cosa passiva da fissare”, però “la vecchia signora nel giardino accanto…diventa attiva”. Costretti a fuggire dalla società dei nostri uguali, “troppo stimolante” e impegnativa, ci consoliamo rilassandoci “fra tigri e avvoltoi, cammelli e coccodrilli”, creature innocue perché diversissime da noi, “non pongono la loro forma, o tinta o abitudine di vita in una risoluta competizione intellettuale” con le nostre. Abbiamo antipatia per i nostri simili “perché hanno così tanta forza e vitalità che possono occuparsi anche di noi”. La vita “davvero stimolante e colma di fascino” non è l’insipido teatrino del quale vorremmo essere i registi, ma qualcosa che “per sua natura, esiste nostro malgrado”. Che cosa altro è infatti la nostra nascita se non l’“avventura suprema” di entrare all’improvviso in una “trappola splendida e allarmante”? E quale modo migliore per saggiare la nostra capacità di orientarci nella “comune varietà del genere umano” se non quello di “scendere per un camino nella prima casa che capiti e trovare un accordo…con le persone che la abitano”? Ecco il limite necessario per un’esistenza degna di essere vissuta: la famiglia, “la più sicura e importante di tutte queste grandi limitazioni e intelaiature che modellano e creano la poesia e la varietà della vita”. Un’istituzione che Chesterton difende, paradossalmente, con le medesime ragioni per cui i nemici della famiglia la demoliscono: perché “non è affatto congeniale ai suoi membri”, perché “contiene così tante divergenze e diversità”, perché “la zia Elizabeth è irragionevole, come il genere umano. Papà è eccitabile, come il genere umano. Il nostro fratello minore è maligno, come il genere umano. Il nonno è stupido, come il mondo; è vecchio, come il mondo”. E coloro che cercano di liberare gli uomini dal vincolo della famiglia lo fanno perché “sono sgomentati e atterriti dalla vastità e la varietà della famiglia”. La famiglia istituzionale è “un mondo imprevedibile, un mondo che ha le sue strane leggi, un mondo che potrebbe fare a meno di noi, un mondo che non abbiamo creato”. Stabilito per noi “senza il nostro permesso”. Una favola, un romanzo, un dramma scritto da qualcun altro. Che spesso ci piace poco, “ma ci piacerebbe ancora meno, se l’autore uscisse all’incirca ogni ora per accollarci tutta la fatica di inventare l’atto successivo”. La pretesa di sostituirci all’autore del mondo è velleitaria e autolesionista. “Un uomo ha il controllo su molte cose nella sua vita; ha il controllo su un numero sufficiente di cose per essere l’eroe di un romanzo. Ma se l’eroe avesse il controllo su tutto…non ci sarebbe più alcun romanzo”. E più importante di tutto è il limite supremo, la legge delle leggi: la morte, così indispensabile per dare valore alla vita. Specialmente negli uomini moderni: “col nostro spirito fiacco, empiremmo della nostra decrepitudine l’eternità, se non fossimo mantenuti giovani dalla morte”.  

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

 

Ecco il limite necessario per un’esistenza degna di essere vissuta: la famiglia, “la più sicura e importante di tutte queste grandi limitazioni e intelaiature che modellano e creano la poesia e la varietà della vita” (da ELOGIO DEL LOCKDOWN – Editoriale di Fabio Canessa)

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