ETICA DELL’EPIDEMIA


Editoriale del 29 marzo 2020

 

In tempo di pandemia, gli equilibri individuali e collettivi si fanno labili e diventano meno netti i confini tra diritti e necessità. Secondo un meccanismo circolare, che con il virus migra di paese in paese, ricorrono i comportamenti standard di una società provata dall’ansia e protesa nello sforzo di piazzare all’esterno il male. Gli studenti di ritorno, i proprietari di cani, gli sportivi, gli adolescenti, i fumatori, gli anziani. A ciascuna categoria un giro sulla giostra dei capri espiatori. Sono ETICA DELL’EPIDEMIA – Editoriale di Eva Garau giorni nei quali i ragionamenti si fanno meno lucidi e la tentazione di soluzioni radicali diventa prepotente. Propongo una via di mezzo tra le disquisizioni dei filosofi che ci spronano a riflettere sull’estetica dell’epidemia e le grida di quanti dal balcone di casa sanzionano chi osa occupare con il corpo spazi che per poter continuare a essere di tutti devono essere temporaneamente di nessuno. A metà strada ci sono gli studi dei diversi organi preposti alla salute mondiale in vista di possibili pandemie globali. Quelli dedicati alla comunicazione (v. Pan American Health Association, 2009) sono talmente strutturati e razionali da provare che Trump e Johnson non li hanno mai letti o, se li hanno letti, che hanno saltato i continui riferimenti alla necessità di stabilire con i cittadini un rapporto di fiducia attraverso comunicazioni brevi e chiare, nelle quali si preferisca riconoscere di non avere tutte le informazioni piuttosto che cadere in continue contraddizioni. Tra le questioni più rilevanti affrontate dalla WHO in previsione di una ipotetica crisi sanitaria ci sono i problemi di natura etica. La loro rilevanza è comprovata dal corso della storia mondiale che nei secoli è stata attraversata da crisi legate alla salute dell’umanità a intervalli regolari che oscillano tra i 10 e i 50 anni. A rileggere oggi “Ethical considerations in developing a public health response to pandemic influenza” (2005), ci sarebbe da stare impegnati per diverse quarantene. Stupisce quanto i nodi immaginati in astratto siano cruciali nei dibattiti odierni: dall’eguaglianza nell’accesso alle cure all’identificazione dei diritti umani e delle libertà civili inalienabili, dai meccanismi attraverso i quali cederne parte in misura transitoria al bilanciamento tra efficienza/utilità e solidarietà/reciprocità. La sfida sta nel fatto che non esistono politiche etiche universalmente valide per il superamento di emergenze sanitarie globali. Pare strano, ma il focus di questi studi preparatori non sono le cure mediche (indispensabili)  e neppure il distanziamento sociale (non ci serve più il glossario a fine testo per capire il senso dell’espressione) ma il linguaggio. Con il discorso pubblico si crea fiducia nelle istituzioni, comunicazione all’interno della società, solidarietà tra individui, flessibilità nella scelta delle priorità irrinunciabili. Intanto si indeboliscono i meccanismi di stigmatizzazione del prossimo, l’ansia dell’ignoto, la paranoia delle teorie cospiratorie, l’indifferenza verso le rivendicazioni altrui. Tutto è stato scritto quando la pandemia era un esercizio sulla carta e si era lucidi abbastanza da non contagiarsi (anche a distanza) pensieri irrazionali.

 

Eva Garau (Precaria di Aristan)

 

Con il discorso pubblico si crea fiducia nelle istituzioni, comunicazione all’interno della società, solidarietà tra individui, flessibilità nella scelta delle priorità irrinunciabili (da ETICA DELL’EPIDEMIA – Editoriale di Eva Garau)

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