F.I.L.


Editoriale del 12 agosto 2015

Disse Bob Kennedy, in un celebre discorso, che il Pil può misurare tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Non misura la felicità. La Dichiarazione d’indipendenza americana pone tra i diritti inalienabili del cittadino la ricerca della Felicità. Così istituzionalizzata, essa diviene un principio politico-ideologico, legato al successo, all’affermazione sociale, alla ricchezza che esaudisce i desideri. Un valore che diventa spettanza, un diritto che vira presto in nevrosi e, in breve, genera individui che vivono in stato di felicità condizionata, inesorabilmente divisi tra perdenti e vincenti. Al di qua dell’Oceano, secoli di ricerca filosofica hanno forgiato per noi un concetto raffinato, la felicità come un fatto privato, non necessariamente legata al benessere, un’emozione inafferrabile fatta di attimi che, nel momento stesso in cui la raggiungi, fugge via. In un modo o nell’altro ci immaginiamo la felicità come un’essenza autonoma e un po’ strafottente che va per la sua strada spensierata, incurante del fatto che tutti la stiano cercando. E se invece provassimo a fare di essa uno stato interiore permanente, a possederla come una cosa innata, un organo vitale pari al cuore o al cervello. Accadrà allora che infinite felicità forestiere busseranno per farsi riconoscere e ospitare nel nostro intimo, un susseguirsi incessante di attimi, quasi non basterà lo spazio; anche il dolore, la malattia, le contrarietà, saranno trasformati, come materie prime, in un capitale fruttifero, e, tra prodotti e investimenti, otterremo una Felicità Interna Lorda che ci renderà ricchissimi. E se ne accorgeranno tutti.

Genny Pignataro Atzeni
(Rabdomante ad Aristan)

COGLI L’ATTIMO

 

da I dieci comandamenti di Roberto Benigni

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