FACCE DI BRONZO


Editoriale del 14 giugno 2020

Tempi duri per confederati, navigatori e sovrani belgi inclini a occupare il Congo, giornalisti italiani dal passato imbarazzante e primi ministri britannici. Che cosa hanno in comune Edward Colston, Cristoforo Colombo, Leopoldo II, Cecil Rodhes, Indro Montanelli e Winston Churchill? Sulla scia della protesta del movimento Black Lives Matter, sembrano tutti destinati a cadere, almeno nelle loro facce (e busti) di bronzo. Sin dagli anni Settanta molte delle statue erette in onore di alcuni di loro hanno sollevato perplessità e richieste di rimozione, anche se solo oggi la portata delle manifestazioni restituisce alla vicenda rilevanza politica. E storica. All’improvviso chi si oppone all’abbattimento delle statue si appella la necessità di “contestualizzare” gli eventi dei quali questi personaggi sono stati protagonisti, leggendoli attraverso le categorie del passato. Demolire le statue significa cancellare la storia, dicono. Ma le statue non sono la storia: ne rappresentano e celebrano alcuni momenti. L’abbattimento della statua di Churchill ci farebbe forse dimenticare chi è stato? O sarebbe un altro tassello della storia: quello che ricorda il consolidamento di una coscienza civile che rifiuta una discriminazione divenuta – in un preciso momento che sarà anch’esso storia, il 2020– inaccettabile? Le statue non sono affatto immobili. Continuano a veicolare messaggi precisi, imperniati su orizzonti valoriali ben identificabili, che si consolidano nel tempo penetrando la società e facendosi linguaggio, simbolo e significato. Non si superano colonialismo e schiavismo ripulendo le piazze dalle facce che ci ricordano il peso che la discriminazione sistematica ha avuto nella creazione dello stato nazione. Però è un primo passo per aprire un dibattito, per dare una scossa a un passato da guardare in maniera meno acritica, per rifiutarne le derive, per rispettare il sentire di chi da quei volti si sente offeso. Churchill per ora è al sicuro, ma penso non approverebbe, da esperto di strategia militare, la soluzione di nascondersi in una scatola al buio ad aspettare che il peggio sia passato.
Eva Garau (Precaria di Aristan)

“Le statue non sono affatto immobili. Continuano a veicolare messaggi precisi, imperniati su orizzonti valoriali ben identificabili, che si consolidano nel tempo penetrando la società e facendosi linguaggio, simbolo e significato.”
Da FACCE DI BRONZO – Editoriale di Eva Garau (Precaria di Aristan)

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