UN FARO NELLA NOTTE


Editoriale del 12 luglio 2020

Nelle notti estive, quando l’umidità si attacca ai pensieri circolari che arrotolano l’insonnia e le lenzuola, quando i vicini superano i residui indugi legati alla dignità e spiaggiano le pance su giacigli improvvisati sui balconi di casa, quando gli impiegati e i bancari, i fattorini e i professori, le cantanti di provincia e i giornalisti sono ridotti in braghe e canotta, l’unico faro è il frigorifero. Esistono statistiche e studi su quanto tempo della nostra vita trascorriamo intenti a lavarci i denti (106 giorni su 70 anni), su quanto ne sprechiamo a cercare oggetti smarriti in casa o in ufficio, dal telefono agli occhiali (12 mesi!) e ad andare al bagno (12 mesi, ma lo studio non specifica se il calcolo si applica alle sessioni nelle quali l’espletante è dotato di telefono cellulare). Così sulle ore e i mesi in cui stiamo in fila al semaforo ad aspettare il verde. Ma le statistiche sul numero di volte in cui apriamo un frigorifero sono parziali. Non abbiamo numeri sulla durata, ma una generica indicazione che riguarda la Gran Bretagna, un sondaggio viziato dal fatto che a pubblicarlo sia un sito di una nota azienda che opera nel settore degli elettrodomestici. Le donne si affacciano allo sportello più degli uomini, 25 contro 21 volte al giorno. Non per fare polemica, ma l’indagine è problematica dal punto di vista metodologico. Non tiene conto delle culture in cui è la donna a preparare i pasti o a servirli, ma d’altra parte non inserisce nella media i picchi (maschili) che sicuramente si registrano durante le partite di calcio. Le ragioni per cui si apre il frigo? Roba da far entusiasmare i sociologi: perché si ha fame. Solo una piccola percentuale lo fa per abitudine. I sondaggi non tengono mai conto delle variabili marginali e raccolgono solo il macrodato. Io nel frigo ci guardo per disperazione. Alle quattro del mattino, di solito. Mi calma il respiro, mi ripaga del mio scetticismo verso l’aria condizionata. La macchia di luce che si allarga sul pavimento mi dà speranza. Non tocco nulla, l’acqua è troppo fredda e ho paura di una congestione, il resto è strategicamente triste. Perché ci torno allora? Per gratitudine. Il mio è un pellegrinaggio sudato in memoria di William Cullen, che nel tardo Settecento inventa il sistema di refrigerazione, lo scopre ma non lo brevetta. È uno scienziato e a lui basta aver scoperto che l’evaporazione ha l’effetto di raffreddare. Così a me, rassicurata dal neon e dalla frescura, ogni pensiero ridotto a vapore acqueo per lo sbalzo di temperatura tra mani e cervello. Paga di sapere che esiste un luogo sicuro e che ci posso tornare fino a 25 volte nelle successive 48 ore.

 

Eva Garau (Precaria di Aristan)

 

“Le ragioni per cui si apre il frigo? Roba da far entusiasmare i sociologi: perché si ha fame.” Dall’editoriale di Eva Garau (Precaria di Aristan)

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