FASULLI DI SUCCESSO: MUCCINO TRASH E VERONESI KITSCH


Editoriale del 3 marzo 2020

Kafka scriveva all’amico Oskar Pollak che bisognerebbe leggere solo i libri che mordono e pungono. Quelli che ci svegliano come un pugno in testa, che ci piombano addosso come la sfortuna, che ci turbano come la morte della persona più cara. Difficile condividere tale intransigente rigore se tra i nostri beniamini ci sono Giovanni Guareschi e Achille Campanile, che ci piombano addosso come la fortuna e ci rallegrano come una vincita alla lotteria. Però il concetto di massima è giusto e torna bene per raccomandarvi di evitare due prodotti farlocchi che stanno entusiasmando in questi giorni il colto e l’inclita: il film di Gabriele Muccino “Gli anni più belli” e il romanzo di Sandro Veronesi “Il colibrì”. II primo è il maldestro tentativo di ricalcare il capolavoro di Scola “C’eravamo tanto amati”, aggiornandolo agli ultimi trent’anni della nostra storia, sempre raccontati attraverso le vicende di tre amici romani, dai sogni giovanili alle disillusioni dell’età adulta, tra amori e separazioni, fallimenti e compromessi. Il film, in vetta agli incassi e apprezzato pure dalla critica (buona come il pane), fa cadere le braccia per quanto è fasullo: un cocktail irritante di kitsch e trash, una scorpacciata indigesta di banalità, che infarcisce gratuitamente di riferimenti d’epoca (crollo del muro di Berlino, 11 settembre, Mani Pulite) un soggetto penoso e tenta di vivacizzare dialoghi stereotipati con la recitazione concitata, per cui tutti gli attori berciano dall’inizio alla fine. Per di più, privo di umorismo e ricco di cattivo gusto (si vedano la sequenza del pappagallino e l’uso ruffiano delle canzoni). Il romanzo di Veronesi, recensito come un capolavoro e premiato come miglior romanzo dell’anno (non italiano, mondiale!) dal supplemento del Corriere della Sera “La Lettura” è il pendant letterario del conformismo mucciniano: una storia familiare che attraversa gli ultimi decenni, assai “effettata” da sentimenti da interno borghese con tutte quante le tragedie dai meccanismi logori schierate in fila una dopo l’altra (il suicidio, le malattie terminali, l’incidente mortale) e una strizzata d’occhio finale all’eutanasia (stile “Le invasioni barbariche” di Arcand) e al “futuro è donna”, per non farci mancare nessuna idea ricevuta in odore progressista. Al posto della recitazione col ballo di San Vito, Veronesi, per speziare la minestra riscaldata, si affida al consueto andirivieni temporale dei capitoli, sballottando il lettore avanti e indietro a disperdere il tanfo di chiuso. Il fatto innegabile che Muccino sappia girare con solida professionalità e tecnica abilissima (basti vedere un uso del pianosequenza più unico che raro nel cinema italiano) e che Veronesi scriva con un mestiere ormai scaltrito sia nell’avviare situazioni che suscitano curiosità e interesse (frustrate poi dai deludenti sviluppi) che nel montaggio della narrazione, costituisce per entrambi un’aggravante. La buona qualità della confezione fa risaltare la scarsa qualità del materiale. “Un libro deve essere un’ascia”, dice Kafka in quella splendida lettera, “per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi”. Ecco, Muccino e Veronesi, lasciata a casa l’ascia, arrivano con un secchiello pieno di cubetti di ghiaccio e lo rovesciano sul mare gelato che abbiamo dentro. A ribadire il nostro conformismo, assopirci la coscienza e accarezzarci le nostre brutture.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

 

Il film, in vetta agli incassi e apprezzato pure dalla critica (buona come il pane), fa cadere le braccia per quanto è fasullo: un cocktail irritante di kitsch e trash, una scorpacciata indigesta di banalità (da FASULLI DI SUCCESSO: MUCCINO TRASH E VERONESI KITSCH – Editoriale di Fabio Canessa)

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