GLI AUGURI DI SILVANO


Editoriale del 1 gennaio 2020

A volte mi viene il sospetto che a condizionare negativamente le feste di Capodanno sia un’ansia tipica del nostro tempo, quella del cambiamento per il cambiamento. Vogliamo lasciarci alle spalle non solo l’anno che volge al termine, ma tutto il passato, sogniamo una palingenesi totale, il rovesciamento escatologico del tutto, ci spingiamo a ipotizzare quanto saremmo felici se, con un colpo di spugna, riuscissimo a cancellare dal nostro cervello ogni forma di memoria, resettandolo e aprendolo al nuovo.

Basterebbe essere più attenti alla voce dei grandi poeti per rendersi conto di quanto sbagliato sia questo approccio: Leopardi, di cui proprio quest’anno si celebrano i 200 anni della creazione dell’”Infinito”, nello “Zibaldone” ribalta radicalmente questo punto di vista sostenendo che sia l’immaginazione sia il sentire dipendono dall’assuefazione, cioè dall’abitudine. Questa idea è ribadita con insistenza; ad esempio laddove egli scrive: “Come tutto sia assuefazione ne’ viventi, si può anche vedere negli effetti della lettura. Un uomo diventa eloquente a forza di legger libri eloquenti; inventivo, originale, pensatore, matematico, ragionatore, poeta, a forza ecc.”

Dunque riconfermasi che l’ingegno è facoltà d’immaginazione: ma nello stesso tempo si ribadisce il potere insostituibile della memoria, dei ricordi, e dell’assuefazione che, grazie a essi, si radica nell’animo umano: fino a sostenere che: “l’ingegno è facoltà di assuefazione”. Pertanto esso è, al contempo e imprescindibilmente, facoltà d’immaginazione e facoltà d’assuefazione: “Immaginazione e intelletto è tutt’uno. L’intelletto acquista ciò che si chiama immaginazione, mediante gli abiti e le circostanze, e le disposizioni naturali analoghe; acquista nello stesso modo, ciò che si chiama riflessione ec. ec.

Questa intuizione poetica di due secoli fa è oggi confermata dalle neuroscienze, le quali ci dicono, con una serie di esperimenti decisivi come quelli di Libet, che la nostra coscienza non vive nell’immediatezza del succedere e del vissuto: si affaccia e opera con un ritardo quantificato da 1/10 di secondo fino a un secondo. Edelman ne ha tratto lo spunto per scrivere, nel 1989, un’opera intitolata provocatoriamente “Il presente ricordato”, proprio per rammentarci che quello che noi riteniamo essere il nostro presente, della cui certezza non dubitiamo, in realtà viene sempre filtrato dalla memoria, senza la quale non potrebbe neppure esistere.

Dunque rinnegando la memoria rinneghiamo noi stessi, e proprio per questo quando lo facciamo con più forza e convinzione, come nel passaggio da un anno all’altro, ci condanniamo all’angoscia e all’infelicità. Per questo l’augurio controcorrente che faccio a tutti noi per il 2020 è questo: non gettiamo via i ricordi, come si fa con i piatti e i bicchieri che a mezzanotte del 31 dicembre vengono distrutti, ma facciamone tesoro per ricominciare magari fino a rinascere, ma nel segno della continuità del racconto della propria vita, la cui esperienza non va mai gettata alle ortiche, ma deve diventare la miccia per accendere l’immaginazione e la creatività, come ci ha insegnato Leopardi.

Editoriale di Silvano Tagliagambe (Iconologo di Aristan)

 

 

l’augurio controcorrente che faccio a tutti noi per il 2020 è questo: non gettiamo via i ricordi, come si fa con i piatti e i bicchieri che a mezzanotte del 31 dicembre vengono distrutti, ma facciamone tesoro (da GLI AUGURI DI SILVANO – Editoriale di Silvano Tagliagambe)

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