A ME GLI OCCHI PLEASE


Editoriale del 2 aprile 2018

Giorni d’impegni e rogne varie mi hanno portato involontariamente a intrecciare due brevi letture, “La camera chiara” di Roland Barthes e “La guerra per bande” di Ernesto Che Guevara. Lo splendido viaggio nell’arte fotografica del semiologo francese ha risvegliato in me la fascinazione per lo scatto che ritrae il Che nella sala mortuaria dell’ospedale di Vallegrande, Bolivia. Non mi riferisco al corpo disteso notoriamente accostato al Cristo del Mantegna, ma al primo piano di Freddy Alborta, dominato dagli occhi vitrei, il mio “punctum” secondo le categorie analitiche di Barthes, ovvero il particolare che in modo totalmente soggettivo rompe, invade i confini dello “studium”, ciò che il fotografo ha desiderato mostrare. Lo sguardo vuoto contiene il punctum perché rappresenta il vertiginoso contrasto fra la pienezza della vita, l’uomo nuovo che solo nell’attrito della prassi rivoluzionaria può nascere, e la spietata obliterazione della storia. Che le palpebre siano state spalancate per l’occasione non conta, io vedo la sconfitta inesorabile, il martirio necessario, un Grande Inquisitore inchiodato nell’attimo. Mi chiedo perché mai le moltitudini abbiano scelto il “Guerrigliero eroico” di Alberto Korda per rappresentare l’universo guevarista, lo spirito del tempo e la sua esangue sopravvivenza. Un’immagine infinitamente meno potente rispetto a quella di Alborta. Uno scatto banale, piatto, tutta denotazione, lo sguardo perso alla distanza che va incontro alle aspettative storiche del periodo. Credo che molti degli insuccessi tardo-novecenteschi possano riassumersi in questo principio estetico di fuga, che esclude la tragedia, la realtà minima e feroce, e ha guidato masse d’ignavi dietro a un cencio. La sconfitta è cominciata con la scelta dell’ologramma vittorioso. Infatti: “Uno degli animali più importanti per queste missioni è il mulo. Il mulo ha un’incredibile resistenza alla fatica e la capacità di camminare nelle zone più impervie ed accidentate; può portare più di cento chili, per giorni e giorni, e per la sobrietà nelle esigenze di cibo è il mezzo ideale di trasporto […] per quanto l’animale sappia sopportare e per quanto sia forte, ci si vede costretti a lasciare il carico in posti determinati per la difficoltà del passaggio. Per ovviare a questi inconvenienti, vi sarà una squadra occupata a curare le strade destinate al passaggio dei muli”.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

Non mi riferisco al corpo disteso notoriamente accostato al Cristo del Mantegna, ma al primo piano di Freddy Alborta, dominato dagli occhi vitrei, il mio “punctum” secondo le categorie analitiche di Barthes, ovvero il particolare che in modo totalmente soggettivo rompe, invade i confini dello “studium”, ciò che il fotografo ha desiderato mostrare (da A ME GLI OCCHI PLEASE, editoriale di Luca Foschi)

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