GRAZIE PER LE FRAGOLE


Editoriale del 19 gennaio 2019

Cosa capiterebbe se a poco a poco tutto ciò che ci circonda nello sfondo della quotidianità, tutte quelle persone fuori focus che incontriamo abitualmente e alle quali non pensiamo mai in maniera astratta scomparissero? Niente, risponderebbero in Giappone, dove esiste una parola che più di ogni altra riassume l’isolamento distopico della vita e della morte solitaria: kodokushi. Che significa corpi che vengono rinvenuti dopo mesi o anni, agenzie apposite che ripuliscono gli appartamenti, bruciando tutto ciò che contengono, disposizioni precise per una fine pulita e ordinata e nessuno da avvisare. In un condominio in periferia nel sud di un’isola italiana, invece, in una notte qualunque si incrociano messaggi che attraversano i piani e si moltiplicano. Non c’è un condomino che non si chieda come stia il vicino, soccorso la mattina di natale, senza che avesse fatto in tempo a schiacciare il pulsante che portava al collo e contare fino a dieci, che tanto ci vuole a fare una rampa di scale e cambiare i destini. Cosa può lasciarci una persona che non abbiamo visto mai per più di qualche minuto? Il sorriso di quando si rientra a notte fonda e si vede che l’ascensore è fermo all’ultimo piano, perché l’ultimo a rientrare era sempre lui, tra teatro e feste di compleanno in cui le candeline aumentavano senza chiedere il permesso al corpo; la domanda, sempre la stessa, per anni, ogni mattina identica: adesso vivi qui o in Inghilterra? Rispondere adesso qui, nei secoli dei secoli. Le scampanellate scomposte delle domeniche d’estate e i meloni e i fichi d’india che tanto per lui erano troppi; il pianoforte che non suonava più ma se vuoi venire puoi usarlo quanto vuoi; il tango sulle terrazze spazzate dal vento in centro, perché se guardavi bene lo scoprivi in fondo al mucchio e con l’eleganza dei tempi andati ti invitava a ballare; il rumore della moto, che all’improvviso non ricordi quando hai smesso di sentirla rombare sotto casa. Ma più di ogni altra cosa le fragoline di bosco, l’unica volta in 40 anni che hai varcato la soglia scoprendo una terrazza che pare ritagliata da una favola scritta per metà. Almeno questo ci resta. La gratitudine e la piantina di fragole e la malinconia di non trovare più l’ascensore con le portine dimenticate aperte al quinto piano, a notte fonda, quando si sapeva per certo chi era stato l’ultimo ad aver lasciato la festa.

 

Eva Garau (Precaria di Aristan).

 

Ma più di ogni altra cosa le fragoline di bosco, l’unica volta in 40 anni che hai varcato la soglia scoprendo una terrazza che pare ritagliata da una favola scritta per metà (da GRAZIE PER LE FRAGOLE – Editoriale di Eva Garau)

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