HALLELUJAH


Editoriale del 10 marzo 2014

Mi chiedo se Bobby O’Moore sia ancora là dove l’ho lasciato, nell’ora di punta di Oxford street, quando nel budello che porta alle banchine della Central line strisciano centomila esseri umani a ogni giro d’orologio ed essere disintegrati dal pensiero della moltitudine è una possibilità consegnata agli stolti e agli ossessi, stranieri in un punto d’incontro per rette divergenti e sopravvissuti a viaggi di luce od ombra, metafore di impossibile attribuzione, avrebbe detto lui, che suonava Hallelujah di Jeff Buckley, aveva gli spiccioli in una tuba d’artista rovesciata e, collocata sull’impiantito con ostentata geometria, una copia in traduzione della Luna e i falò di Pavese. Un busker, un cantante di strada Bobby, che negli anni aveva scucito alla commissione dell’ Underground il privilegio di poter suonare alle sei di sera, quando per i londinesi il ritorno a casa è una pausa fra una finzione e un’altra e fuori l’imbrunire è una mescola di inchiostro e panna montata e incanta i cani e i cuochi in pausa a fumare. Tirava su fino a 50 sterline in un’ora, soprattutto grazie al lento arpeggio elettrico e alla voce sacrificale di Buckley, emulata con dignità. Viveva da qualche parte nell’East End e a Dublino l’eroina l’aveva quasi fulminato. S’era innamorato di una escort tailandese che nel giorno libero gli preparava fritture e minestre zeppe di verdure prima di prenderglielo in bocca, con affetto e stanchezza. Avrebbero aperto un ristorante nel Lopburi dove lei sarebbe stata alla cassa e lui avrebbe strimpellato per matrimoni e compleanni, se richiesto. “Quando suono Hallelujah non prego, mi diffondo nel mondo come l’eroina nelle vene”, mi spiegò. Di Pavese non riuscii mai a chiedere, ma sospetto avesse a che fare con un lunghissimo sonno.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan war’s correspondent)
foschiluca.com

COGLI L’ATTIMO

 

Hallelujah è una canzone scritta e interpretata dal cantautore canadese Leonard Cohen per l’album Various Positions, pubblicato nel 1984. La reinterpretazione di maggior successo, è quella di Jeff Buckley, pubblicata nel 1994 all’interno del suo unico album Grace.

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