HO UNA VITA PER FARE CIÒ CHE AMO


Editoriale del 29 agosto 2015

Salii sull’auto di un praghese col tricipite gigante e dente d’oro.
Ho un’idea del metodo, anche quando mi perdo.
Pertanto, per quanto il mio filo conduttore fosse la solitaria perdizione per ritrovarmi, pregai di non finire arrotolata in un palo della lap dance. Protetta dal rabbino Lowe e dal paladino San Bernardo incrociato sul ponte Carlo, quel Tricipite Gigante mi portò sana e salva ai piedi della scalinata vecchia.
Col mio ombrello blu a pois bianchi e merletti, sfidai la pioggia battente e sagome sempre più scure. E ascoltando il Requiem di Mozart
mi presentai a loro, gli Alchimisti del Vicolo d’oro.
Mi aspettavano dentro casette minuscole.
Li sentivo bisbigliare e scomporre elementi. Rovesciare terra e cielo.
“Nulla si fa e nulla si distrugge“. Così seguitai felice a parlar con loro. “Indicatemi la strada della vita, perché non so dove andare!”, dicevo. Ma loro sembravano ignorarmi. “E il mercurio, e l’oro, e la rugiada celeste“, dicevano.
Lasciai il Vicolo d’oro sconfitta sotto il mio ombrello di merletti.
Girai l’angolo e finii nella via parallela. Drin drin. Il cellulare.
“Ti hanno licenziato”.
“Io licenziata. Attenzione“. Il gelo.
Poi ho sbarrato gli occhi. “Gli alchimisti!”, ho gridato.
Ho sorriso, saltellato, lanciato per aria l’ombrello, abbracciato un praghese col tricipite piccolo. “La pietra filosofale sei tu“, mi ha detto l’alchimista o il praghese, non so.
“Ho una vita per fare ciò che amo“, gli ho risposto felice.
Solo allora ho pensato che c’è sempre l’inganno. Bisogna andare oltre le cose: gli alchimisti non vivevano nel Vicolo d’Oro.
Stavano nella via parallela.

Virginia Saba
(Autostoppista ad Aristan)

COGLI L’ATTIMO

 

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